L’8 dicembre, Fatima e i segni della storia di Vittorio Messori

Fu poco prima delle undici di quel giovedì di nebbia e di brina, quell’11 febbraio di 154 anni fa, ricorrenza liturgica di santa Genoveffa, protettrice di Parigi e della Francia intera: Bernadette (niente scuola perché niente soldi per pagare la tassa e per comprare l’abbecedario) in un canto della stanzaccia buia e maleodorante fila della stoppa. A un certo punto alza gli occhi ed esclama, rivolta alla mamma, Louise: «Mio Dio, non c’è più legna!».

Tutto comincia così. Da una uscita di tre piccole miserabili verso il bosco comunale per trovare qualcosa  con cui attenuare il freddo e far cuocere una zuppa di acqua e di erbe. Un’ora dopo, sgridata dalla sorella e dalla amichetta perché perde tempo a pregare invece di raccogliere rami secchi e ossi, Bernadette sarà in ginocchio davanti a una grotta che non aveva mai visto. E, se l’aveva sentita nominare, era con il nome sprezzante di “rifugio dei maiali“.

Chi fosse stato a Betlemme al tempo della Giudea occupata dai Romani, avrebbe forse sospettato    che la storia non sarebbe solo cambiata ma sarebbe stata spezzata in un “prima“ e in un “dopo“,  vedendo due viandanti – la donna incinta – dirigersi verso un luogo coperto  dove sistemarsi alla  meglio? E, al tempo della Francia di Napoleone III Imperatore, avrebbe forse sospettato l’uragano di folle, di fede, di prodigi, sino a creare il santuario più celebre e frequentato del mondo, chi avesse visto nella bruma invernale tre ragazzine intirizzite nei loro poveri stracci e gli zoccoli di legno andare lungo un torrente, verso una grotta?

Lourdes, dunque, e il suo enigma, innanzitutto storico. Mi chiedono, gli amici e colleghi di questo nostro giornale, di dire che rappresenti questo luogo, per me. Per quanto importa, dico subito che,   da sempre, è uno dei centri della mia riflessione e della mia ricerca. Per esso, mi sono addirittura convertito – per una volta – a un mezzo che non è il mio e che poco mi attira: quello televisivo. Per la Rai ho non solo scritto trama e testi ma ho addirittura “recitato“, seguendo i camion della troupe romana sulle strade di Francia, in un documentario che ho voluto avesse per titolo Aquerò e che ancora ora, mi dicono, è proiettato nelle ore notturne. Mi sono presto legato d’amicizia con l’abbé René Laurentin, dopo averne letto, annotato, ammirato la ventina di fittissimi volumi dedicati agli eventi che iniziano da quell’undici febbraio.

Non certo io solo, ma  la cattolicità intera deve gratitudine a questo prete, a questo detective da archivio, a questo professore universitario mite e ostinato che ha dedicato tanta parte della vita per tirare alla luce tutti i documenti de l’affaire Bernadette. Ha accumulato, con ordine e perspicacia, il materiale cui ogni storico dovrà sempre e comunque ritornare. La Signora saprà ricompensarlo come merita. Tante volte, poi, ho frequentato Lourdes (e Nevers , dove la Santa attende la risurrezione, intatta, nella sua cassa di vetro), tante volte ne ho scritto, tante volte ho frugato nella  biblioteca nella Casa dei Cappellani che, alla fine del 1994 , il vescovo del luogo mi chiese di trasferirmi nella palazzina accanto alla Grotta con il ruolo di responsabile del Bureau de presse, l’ufficio stampa dei santuari. C’era l’ invito cordiale e convinto del presule, c’era la disponibilità, mia e di mia moglie, ella pure consapevole devota mariana.

Se non finii sulle rive del Gave il mio percorso di cronista  (con l’intenzione di non ritornare indietro, di finire lì anche la vita ) fu per una storia un po’  rattristante che non ho mai raccontato. Piccole manovre da clericali “adulti“, delle quali sorrido senza rancore. In due parole: avevo appena pubblicato l’intervista con Giovanni Paolo II, avevo intervistato anni prima – come aggravante – il Prefetto dell’ex-Sant’Uffizio, il Panzer-Kardinal secondo la leggenda nera, avevo sul groppone altri libri di “intollerabile” apologetica: insomma, ce n’era abbastanza perché autorevoli “cattolici adulti“, sparsasi la notizia del mio imminente  trasloco, ricorressero a ogni genere di pressione perché il vescovo di Tarbes e Lourdes ci ripensasse. Mica voleva avere come portavoce del santuario uno che ammirava e addirittura difendeva sui giornali quel reazionario, quell’inquisitore di un Ratzinger ? Uno che nella verità delle apparizioni ci credeva sul serio, invece di tollerarle come manifestazioni anacronistiche di devozione popolare, in attesa che anche i cattolici si convertissero alla sobria e austera Scriptura sola, quella del calvinista Karl Barth, ad esempio, per il quale ogni mariologia non è  che “cancro da estirpare“?

Ma non venne  dal presule  l’interruzione del discorso su quel progetto: fui io che mi resi conto degli umori cattivi che avrei provocato tra i clericali “aperti“ francesi ma anche italiani, belgi, olandesi, tedeschi, umori tali da impedire o almeno impacciare un lavoro proficuo. Del resto, anche l’amico e maestro Laurentin ben conosceva questo clima ostile, mascherato dietro untuosità clericali, e mi fece capire che sarebbe stato  più proficuo continuare il mio impegno dall’Italia come libero cronista  e scrittore. Rinunciai, dunque, al trasferimento sotto ai Pirenei ma non alla prosecuzione  dei miei studi e dei miei sopralluoghi, tanto che un’estate Rosanna ed io  affittammo addirittura per un mese  la villetta dell’amico direttore di Lourdes Magazine  che, in questo modo, poté affittare a sua volta un alloggio al mare per le vacanze della numerosa famiglia.

Ora,  entrato  ormai nella fase della vita in cui si intravede il traguardo, ora ho deciso di raccogliere le fila: che poi, in questo  caso, significa  raccogliere in un insieme il più possibile  organico e compatto quanto ho appreso da tanti anni di ricerca. Così – a Dio piacendo, naturalmente – all’inizio dell’estate consegnerò alla Mondadori un testo che avrà per titolo Bernadette non ci ha ingannati. Sottotitolo: “Un dossier storico sulla verità di Lourdes”. Da sempre ciò che ha impegnato la mia riflessione è la “tenuta“ della fede nella cultura moderna e post-moderna, è la possibilità di continuare a credere , di persistere nella convinzione che in Gesù Dio stesso si è rivelato.

Ebbene, mi è sembrato sempre più chiaro che non a caso Lourdes ci è stato donata proprio nel momento in cui la Scienza sembrava diventare la nuova religione che scacciava l’antica e in cui si ponevano le basi dell’epoca storica che ancora viviamo. Più riflettevo e approfondivo il “caso Bernadette“, più mi era evidente che, se quella piccola-grande testimone ci ha detto il vero, ebbene “tutto è vero“.

E’ vero, cioè, che un Creatore esiste, che è entrato nella storia facendosi uomo tra gli uomini e nascendo dal corpo di una donna ebrea di nome Maria. Ma è anche vero che la pienezza della Sua rivelazione e la continuazione della Sua presenza avvengono nella Chiesa cattolica. In effetti, nulla è più “ cattolico “ di Lourdes, che conferma un dogma papale, che ha avuto l’onore (unico tra i santuari del mondo) di una enciclica tutta per sé, firmata da Pio XII, che è entrata nel calendario liturgico della Chiesa universale, che fu carissima a tutti i pontefici da Pio IX sino a Giovanni Paolo II (che volle farne la meta del suo ultimo viaggio fuori d’Italia), e a Benedetto XVI, che vi si è recato per i 150 anni  dalle apparizioni. I prodigi di guarigione fisica non sono che una conferma e un sigillo della verità delle apparizioni: ma, “se  Bernadette non ci ha ingannati “ ,  è disponibile per tutti noi quella guarigione dello spirito che è la scoperta, o riscoperta, della fede.

Insomma, Lourdes è uno straordinario appoggio per un’apologetica solida: la storia, qui, si apre a un mistero che la ragione conferma. Perché non approfittare di questo grande dono, utilizzandolo al meglio?

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