Il male non è una malattia

di Robi Ronza
15-04-2012

 

Anders Behring Breivik – l’uomo che lo scorso 22 luglio 2011 massacrò a sangue freddo in Norvegia 77 persone, per la maggior parte ragazzi che partecipavano a un convegno su un’isola non lontana da Oslo – è colpevole del sangue versato oppure è un povero pazzo irresponsabile? Una persona capace di intendere e di volere può scendere nel più profondo dell’abisso del male, oppure al di sotto di una certa soglia il male diventa malattia? E se fosse, dove si colloca tale soglia?

Attorno a questo problema si sta sviluppando in Norvegia un dibattito che meriterebbe di trovare ampia eco anche al di fuori del piccolo (in termini di numero di abitanti) e sostanzialmente remoto Paese nordico. Diciamo sostanzialmente remoto perché, pur essendo a poche ore di volo dai maggiori Paesi europei, Italia compresa, della Norvegia si hanno di regola ben poche notizie, salvo quel paio di giorni all’anno in cui balza brevemente alla ribalta della cronaca mondiale quando a Oslo viene assegnato il premio Nobel per la pace.

 

Il dibattito attorno alla sanità mentale o meno di Breivik rimette infatti in discussione alcuni fondamentali pilastri di quel “nichilismo dolce” tipicamente moderno, uno dei cui punti di forza in Europa sono proprio i Paesi nordici (anche se in effetti la Norvegia meno di altri). L’anno scorso una prima commissione di psichiatri e psicologi aveva concluso che l’uomo è uno schizofrenico paranoide stabilendo perciò che non è imputabile e che quindi non può venire sottoposto a processo. Alla notizia l’opinione pubblica norvegese insorse. E non solo: tramite i suoi avvocati lo stesso Breivik fece ricorso contro tale perizia rivendicando la propria sanità di mente.

Questa stupefacente iniziativa può avere due diverse ispirazioni, una a suo modo di principio e l’altra di convenienza. Da un lato egli, che ha fatto la strage che ha fatto adducendo precisi motivi, potrebbe perciò desiderare che tali motivi venissero riconosciuti come tali e non declassati a delirio di un pazzo. Dall’altro a norma del vigente diritto norvegese, mentre la pena massima per un reo sano di mente (quale che sia il crimine di cui si è macchiato) sono 21 anni di carcere, il ricovero in manicomio per un pazzo ritenuto socialmente pericoloso è sine die. Quindi a Breivik conviene di più essere condannato in quanto sano di mente alla pena massima, piuttosto che venire segregato a vita come pazzo pericoloso. Fatto sta che il tribunale ha ordinato una seconda perizia poi conclusasi invece con il riconoscimento della sua capacità d’intendere e di volere. Breivik verrà dunque sottoposto a processo, e nella circostanza senza dubbio si riaccenderà il dibattito sia in aula che sulla stampa e nell’opinione pubblica.

 

In forza di un insieme di luoghi comuni in cui s’intrecciano idee che risalgono a Freud, a Rousseau e altri, secondo la cultura dominante del mondo in cui viviamo la ragione basta a se stessa e tende ipso facto al bene. Pertanto c’è un legame tendenzialmente necessario tra razionalità e bene da una parte, e dall’altra tra irrazionalità e male. Chi ragiona fa perciò il bene; chi fa il male perciò sragiona o perché è matto o perché le circostanze nelle quali vive gli impediscono di ragionare. Pertanto in ultima analisi non c’è mai colpa, ma solo al massimo un “complesso di colpa” di cui liberarsi come da una malattia grazie alle cure di un terapeuta specializzato, psichiatra, psicanalista o psicologo che sia.

Anche al di là di un caso estremo come quello di Breivik, è ormai sempre più evidente quanti e quali danni provochi nel mondo tale idea astratta della condizione umana, con la sua tipica censura da un lato della tragica realtà del male e dall’altro della responsabilità morale di ciascuno in ogni circostanza. C’è pertanto da augurarsi che non solo nell’appartata Norvegia ma anche altrove il dibattito sulla responsabilità di Breivik diventi spunto per un grande esame di coscienza.

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