Fede in crisi? Più annuncio. Una ricerca americana e le ricette «progressiste» di Vito Mancuso

di Francesco D’Agostino
Tratto da Avvenire del 22 aprile 2012

Ha perfettamente ragione Vito Mancuso (su Repubblica del 20 aprile), quando rileva gli incredibili limiti di un ampio studio condotto dall’Università di Chicago sul declino della fede in Occidente: primo tra tutti proprio quello di aver limitato l’indagine all’«Occidente», in un tempo in cui la globalizzazione e il meticciato delle culture rendono questa categoria geopolitica davvero troppo angusta. È comunque un fatto che la secolarizzazione non sta portando, come credevano i primi studiosi di questo fenomeno, al declino del ‘religioso’ come di un fenomeno premoderno, destinato a essere sostituito da varie forme di accecamento ideologico, a essere messo in crisi della rivolta antimetafisica dominante nel pensiero contemporaneo e a rivelarsi incompatibile con la razionalità funzionale della tecnologia. Tutto al contrario: la fede non scompare affatto, né chi la professa sembra avere difficoltà ad attivare consonanze con i non credenti o con gli agnostici, con i quali vediamo come sia facile attivare vincoli di reciproca comprensione. Quello che davvero sta emergendo con estrema chiarezza, e su cui ancora si attendono analisi convincenti, è che la fede appare sempre più “fluida”, sempre più caratterizzata da forme molto articolate di emotivismo, di generico spiritualismo, o da esigenze non razionalizzate (e forse non razionalizzabili) di “assoluto”. Dice bene Mancuso che oggi «non si capisce bene che cosa si dice quando si pronuncia il termine “spirito” e quindi neppure quando si nomina “Dio”».

Che tra tutte le confessioni religiose quella che più soffre di questa dinamica sia quella cattolica non dovrebbe stupire più di tanto. La spiritualità cattolica, infatti, ben più di quella delle confessioni evangeliche (per non parlare di altre religioni, come l’induismo o il buddhismo in tante delle sue varianti) è caratterizzata da un profondo e spesso sofferto “attaccamento alla realtà”, che a volte ha provocato sofferenze perfino in grandi anime mistiche, costantemente indotte dalla Chiesa a porre un freno alle loro splendide esaltazioni spirituali e a riportare i loro sentimenti religiosi nell’alveo di forme sacramentali e devozionali regolate canonicamente. Non c’è posto nella tradizione cattolica per sentimenti religiosi vissuti anarchicamente, al di fuori del concretissimo riferimento alla comunità dei fedeli; come ci ricorda costantemente Benedetto XVI, il cattolico non è colui che prega con l’invocazione «Padre mio», ma con l’invocazione «Padre nostro». Sentimenti religiosi fumosi, sospirosi, inoggettivabili vanno, come è naturale, profondamente rispettati e in alcuni casi anche ammirati; ma non corrispondono alla spiritualità cristiana. È un fatto, comunque, che la fede cattolica sembra sempre assumere nel mondo anche dimensioni intimistiche e soggettivistiche. Cosa dovrebbe fare la Chiesa per contrastare queste derive?

Mancuso ha una sua ricetta, molto drastica: abolire il celibato sacerdotale, aprire al cardinalato femminile, riformulare la morale sessuale, rinnovare la disciplina dei sacramenti… Perché simili ricette dovrebbero funzionare? Mancuso non ce lo spiega, ma denuncia l’errore fatto dal «Vaticano», quando ha istituito il «Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione», che ai suoi occhi altro non è che «un altro ministero clericale». Non ho idea di come questo «ministero clericale»(!), ancora troppo “nuovo” per poter dare prova di sé, sarà in grado di operare. Quello che invece so (o presumo di sapere) è che con questo nuovo Consiglio la Chiesa ha ribadito quello che è il compito specifico affidatogli dal suo Fondatore: evangelizzare, cioè portare a tutti gli uomini la notizia che Dio non ha abbandonato l’umanità al suo destino, ma ha assunto la nostra natura in Gesù Cristo. Questo specifico messaggio, questa ‘buona novella’ sembrano risuonare più flebilmente nel mondo d’oggi o, meglio, in Occidente. Di questo la responsabilità grava sui cristiani stessi, che hanno in gran parte perso la consapevolezza del loro dovere missionario: un dovere che si condensa nel parlare di Cristo, della sua vita, della sua morte e della sua risurrezione a tutti coloro che non sono stati mai davvero raggiunti da questo messaggio o l’hanno recepito in forma mitologica o comunque deformata. La fede non tornerà a fiorire riformando il diritto canonico o avallando aperture teologico-morali “progressiste” (indipendentemente dalla loro opportunità, che qui non è in questione); rifiorirà, come sempre è rifiorita nella storia, soprattutto nelle sue epoche più buie, quanto più si annuncerà il Vangelo di Gesù Cristo.

Confondere l’esigenza di una “nuova evangelizzazione” con l’istituzione di ‘un altro centro di potere’ significa percepire ben poco di quello che è il primo e fondamentale dovere della Chiesa.

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