Quelli che “Facebook ergo sum” se ne fregano degli allarmi del Wsj

Facebook (che ieri ha annunciato l’acquisto di Instagram, social network per smartphone che trasforma banali fotografie in capolavori vintage in poche mosse, per un miliardo di dollari) ci “vende” alle aziende, spiegava domenica il Wall Street Journal come risultato di una lunga inchiesta fatta sulle principali applicazioni del social network più famoso del mondo. Il fatto è che, scrive il quotidiano americano, accedendo a queste applicazioni gli utenti danno in pasto a terzi particolari sui propri orientamenti sessuali, politici, religiosi e sugli interessi personali. La notizia però stupisce soprattutto chi con Facebook e altri social network non ci ha passato l’adolescenza, chi considera la privacy qualcosa da difendere o, meglio, qualcosa che si possa ancora difendere. Che i nostri dati personali finiscano nelle mani di aziende che li utilizzeranno per fini commerciali senza un nostro pieno consenso ha tratti inquietanti, ma che questa sia destinata a diventare la normalità senza scandalizzare nessuno si deduce da come gli adolescenti “vivono” su Facebook. Nel libro “Insieme ma soli” (uscito da poche settimane per Codice, ma tradotto in Italia con colpevole ritardo un anno dopo la sua edizione in America), l’antropologa Sherry Turkle descrive una generazione – quella dei tredici-diciannovenni di oggi, specialmente americani – rassegnata a questa perdita di privacy. Di più: una generazione che “non riesce a immaginare di poter fare qualcosa in pubblico senza finire su Facebook”. Il libro della Turkle ha questo sottotitolo: “Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e meno dagli altri”, e ci restituisce un’umanità sempre più connessa e sempre meno in grado di parlare, che considera le telefonate un disturbo (per chi le fa e per chi le riceve), che non può non controllare il proprio smartphone ogni minuto e preferisce scrivere sms ai propri compagni di classe che chiacchierare con loro durante l’intervallo.

Effettivamente, persone che hanno l’ansia di aggiornare le proprie bacheche on line il più possibile perché altrimenti gli altri li considereranno degli sfigati (e che per farlo sono disposti a pubblicare qualsiasi cosa) non dovrebbero preoccuparsi più di tanto per il fatto che l’applicazione di Skype chieda loro gusti e interessi personali. “Facebook e MySpace sono la mia vita”, dice Julia, una ragazza di sedici anni intervistata dalla Turkle, che annota: “Se [la ragazza] scoprisse qualcosa di troppo sconvolgente sul modo in cui Facebook può usare le informazioni che la riguardano, dovrebbe giustificare la sua permanenza sul sito; ma Julia ammette che qualunque cosa venisse mai a sapere, persino se il suo timore di essere sorvegliata dagli amministratori della scuola e dalla polizia locale si rivelasse fondato, non farebbe nulla. Non riesce a immaginare di vivere senza Facebook”. La privacy non è più un problema, anzi: in futuro chiunque avrà un passato accessibile in rete e questo, secondo molti ragazzi intervistati dalla Turkle, creerà “una società più tollerante”. Dire tutto di sé on line è un rischio (“E’ come se Internet potesse ricattarmi”, dice una ragazza), ma il gioco vale la candela. Scrive ancora Turkle: “A quanto pare gli adolescenti pensano che le cose dovrebbero andare diversamente, ma sono rassegnati a un nuovo tipo di vita: la vita che vivono le celebrità”. Il ragazzo che posta su Facebook le sue foto con i compagni di squadra nello spogliatoio sa che tutto ciò è “orribile”, ma lo fa perché è necessario per essere popolare e rimanere in contatto con gli altri. Certamente c’è, come nota l’autrice del saggio, un’ignoranza di fondo sul tema della privacy on line da parte dei ragazzi, ma di base si è disposti ad accettare di tutto pur di esserci.

Il fatto che si lasci traccia di sé non soltanto sui social network ma anche con telefonate, sms ed email è noto a chiunque, ma accettato fingendo che non sia vero: a domanda, gli adolescenti intervistati dalla Turkle rispondono di sapere che la loro privacy è in pericolo, ma non fanno nulla per metterla in salvo, se non sperare in una sorta di “effetto Panopticon”, dal nome del carcere ideale progettato da Jeremy Bentham in cui tutti i carcerati, sapendo di essere sempre potenzialmente osservati, tengono un comportamento impeccabile. Per gli utenti di Facebook del futuro, il fatto che le aziende utilizzino i loro dati sensibili sarà l’ultima delle preoccupazioni.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Piero Vietti

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