La guerra alle bambine è qui. Gli aborti selettivi nelle comunità asiatiche in Italia sono realtà

Non è purtroppo una novità, come documenta in modo impeccabile anche il recente e bel libro di Anna Meldolesi intitolato “Mai nate” (Mondadori), che l’aborto selettivo delle bambine sia diventata pratica corrente nelle comunità asiatiche in occidente, Italia compresa. Ieri, un’inchiesta nelle pagine milanesi del Giornale raccontava che, dopo la Toscana, anche la Lombardia “scopre” gli aborti sesso-specifici. Donne cinesi e indiane che, quando scoprono con un’ecografia di aspettare una bambina, si procurano da qualche medico compiacente una ricetta per farmaci alle prostaglandine. Solitamente usati contro la gastrite, assunti in grande quantità da una donna incinta ne provocano l’aborto.

La sex ratio (il rapporto tra maschi e femmine alla nascita) che in condizioni normali è di 105 a 100, nelle comunità cinesi e indiane in Italia comincia ormai a essere vistosamente squilibrato in favore dei maschi, soprattutto per i secondi e i terzi figli. Caso, questo, in cui arriva fino a 119 maschi contro 100 femmine (nelle comunità cinesi) mentre è addirittura di 137 a 100 nelle comunità indiane, dal terzogenito in su.

Eppure l’Italia non è né la Cina del figlio unico obbligatorio e degli aborti forzati di stato, né l’India dove la nascita di una femmina è considerata una disgrazia, non solo per le famiglie povere che dovranno dar loro una dote, ma – ai nostri occhi inspiegabilmente – anche negli strati più abbienti e acculturati.

La guerra contro le femmine, come l’ha chiamata l’Economist, che ha cancellato cento milioni di bambine asiatiche in pochi decenni, non ha trovato finora efficace resistenza. E l’occidente che si volta altrove se la ritrova in casa.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

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