Il cammino dello sguardo. La testimonianza di Barabba-Sarubbi

Autore: Saro, Luisella Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

venerdì 6 aprile 2012

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).
E’ irresistibile l’invito di Pietro Sarubbi a rivedere, in questi giorni di preparazione alla Pasqua, il film The Passion di Mel Gibson, in cui l’attore – come ha raccontato – era, insieme, se stesso ed anche il personaggio che è stato chiamato a interpretare: Barabba.
Ce lo dice più volte, durante l’incontro nella splendida cittadina di Caorle, l’altra sera; ed è così “ragionevole” il motivo per cui ce lo dice che so, nel fondo del cuore, che molti di coloro che erano tra il pubblico gli hanno dato retta.
Io ho rivisto ieri The Passion. Perché mi fido di quel che un giorno, del film, ha detto Giovanni Paolo II: “è… come è stato”. E poi è vero: Mel Gibson, come un Caravaggio del 2000, in quelle scene ha dipinto, mirabilmente e drammaticamente, la Passione di Cristo.
L’ho rivisto perché in quel film ci siamo tutti; nel Barabba interpretato da Pietro Sarubbi ci siamo tutti!
“Il Signore mi ha voluto bene anche se mi ha dato questa faccia”, ci ha raccontato l’attore sorridendo, e spiegandoci che, per quel volto lì, lo scritturavano soprattutto per le parti da “cattivo”. Vale per lui e vale per tutti. Il Signore ci ha voluti, ci ha scelti e ci vuole bene anche se siamo…quel che siamo: con i nostri pregi, i nostri difetti, le nostre intemperanze, i nostri tradimenti… Belli, brutti, buoni, cattivi, feti, bambini, giovani, vecchi, sani, ammalati, maschi e femmine, Dio ci ha amati per primo, infinitamente, tanto da donarci il Suo unico Figlio, che muore in croce “per” noi: al posto nostro e per la nostra salvezza.
L’ho guardato di nuovo, quel film, perché quando ti accosti ad un’opera d’arte, ogni volta scopri qualcosa che non avevi visto. E’ accaduto, come sempre, anche ieri.
Ho rivisto The Passion perché, tra le cose sentite nella bella testimonianza di Pietro, una mi ha colpito in modo particolare. Bar-abbâ, in aramaico, significa figlio del Padre ed è come se Gesù, crocifisso al posto di Barabba, offrendo per lui la Sua vita, avesse salvato, in lui, uno e poi tutti i figli del Padre. Sì, perché Cristo salva un uomo alla volta e lo salva guardandolo negli occhi.
Gesù non è un rivoluzionario, non è un politico o un ideologo; non fa comizi, non parla alle masse. Parla a me, a te. A me e a te. Uno alla volta. Uno sguardo alla volta. Solo così: con questo linguaggio che solo l’amore conosce “fa nuove tutte le cose”.
“Ero arrabbiato sempre – ha detto Sarubbi, ricordando la sua vita prima della conversione – non dormivo la notte. Ero inquieto e non capivo cosa fosse. Ero abbruttito da una rabbia che non sapevo perché, ma mi stava divorando”. E’ questo ciò che deve aver colpito Gibson, quando l’ha chiamato per il casting. L’attore lo spiega bene nel suo libro Da Barabba a Gesù. “Gibson ha visto in me lo spirito di Barabba, dell’uomo giusto che pretende giustizia, ma nel modo sbagliato, l’uomo vessato che si ribella abbruttendosi, e per questo ha voluto che lo interpretassi io. Il mutismo di Barabba, il mutismo dell’uomo ormai bestia, quanto si sovrappone al mio mutismo di rifiuto della società, alla mia aggressività, al mio non voler andare alle feste o alle premiazioni, al mio chiudermi e al mio non perdonare!”.
E così, sul set, servono tante ore per il trucco e con i parrucchieri. Devono farlo diventare un mad dog, un cane pazzo. Pietro a quelle parole ricorda una scena drammatica a cui aveva assistito da ragazzo a Lauria, il paese d’origine del padre: un grosso cane affetto da rabbia era stato catturato da un addetto del comune; reso pazzo dalla malattia era ingestibile e per bloccarlo ci vollero molte persone. “Una di queste – scrive nel suo libro – incastrò la testa del povero animale con un forcone contro il muro e solo allora, schiumando e latrando, il cane si fermò”. Avendo in mente quell’episodio, Pietro-Barabba entra in scena “e vive, di una verità dolorosa e animalesca”.
Questo siamo. Come cani arrabbiati, a volte. E ingestibili. Ognuno a modo suo, ognuno sa perché (o forse nemmeno lo sa), eppure il cuore dell’uomo è questo. Ed è per questa ragione che tutti, nessuno escluso, abbiamo bisogno di essere salvati: per ri-trovare, nell’abbraccio misericordioso di uno sguardo, di “quello” sguardo, la nostra umanità.
Ancora Sarubbi, a pag. 144 del suo libro. «Ora capisco cosa intendesse (Gibson ndr) quando mi aveva detto: “Non sono importanti le battute ma la verità di Barabba. Voglio la verità dei tuoi occhi, ti ho scelto per questo, tu hai verità negli occhi e devi metterla al servizio del tuo personaggio. Oltre all’uomo divenuto belva feroce, voglio in fondo ai tuoi occhi la verità di chi un tempo precedente era un uomo giusto e coraggioso, trasformatosi per le angherie subite, ma in fondo agli occhi e in fondo al cuore conserva uno sguardo ancora puro, ancora salvabile, e, anche se non lo vedrà nessuno, Cristo lo vedrà”».
E così l’ho riguardato, The Passion. Ho prestato più attenzione ai dettagli, perché la vita è fatta anche di dettagli. Ho prestato più attenzione agli sguardi, perché aveva ragione Gibson quando ha detto al suo Barabba di non guardare Gesù fino a quando, libero, non avesse iniziato a scendere gli scalini del Sinedrio. L’attore gli dà retta: uno scalino, e poi sente una leggera scossa, mista a un senso di calore sulla spalla destra. “Mi volto d’istinto e i miei occhi per la prima volta incontrano davvero quelli dell’attore che interpreta Gesù. (…) Negli occhi dell’uomo che sta morendo per me non ci sono odio né rancore. Rimango spiazzato dalla profondità dello sguardo; mi aspettavo dolore, rabbia, delusione, paura, amarezza, recriminazione o tante altre emozioni che sarebbero state giuste per un personaggio che aveva subito tanto e stava per essere mandato a morte al mio posto, invece nulla di tutto questo: in quello sguardo vedo un’armonica rassegnazione, quasi una dolce accettazione, un velo di amore e di preoccupazione per me e per la mia condizione di degrado. (…) Mi perdo con verità in quello sguardo enorme e soave”.
Ho rivisto il film e questa volta, dopo l’incontro con Pietro, c’ero più di sempre, in quel film. Ero Barabba, ero tra il popolo che gridava “crucifige!”, ero il centurione, ero le donne sotto la croce…
Ero e sono Luisella, mendicante di quello Sguardo enorme e soave che, unico, può liberare e salvare il mio cuore.

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