Crisi e senso di morte, la vita si fa dura, appassisce la speranza. E crescono i suicidi.

Nicoletta Tiliacos

Il Foglio

Il mar Egeo, che bagna Atene, prende il nome da un padre suicida: il mitico re che si gettò nelle acque di quel mare da una rupe, convinto che il figlio Teseo fosse stato ucciso dal Minotauro. C’è disperazione paterna, non solo invito alla rivolta, anche nel suicidio del farmacista pensionato che si è sparato pochi giorni fa di fronte al Parlamento greco. “Giacché ho un’età che non mi permette di reagire con forza (senza ovviamente escludere che se ci fosse stato un primo greco a imbracciare un kalashnikov, io sarei stato il secondo) non vedo altra soluzione che una fine dignitosa prima di dover cominciare a rovistare nella spazzatura per cercare cibo”, ha lasciato scritto Dimitris Chistoulas, che prima di uccidersi ha gridato di non voler lasciare debiti ai suoi figli. E non è forse un suicidio differito, quello messo in pratica da quei genitori greci che lasciano i loro bambini, anche grandicelli, in chiesa o a scuola, con un biglietto in tasca in cui si spiega che non sono più in grado di dar loro da mangiare? Un reportage della Bbc, a dicembre, raccontava l’inimmaginabile, anche solo un anno fa. Perché era inimmaginabile che la Grecia, con un numero di suicidi tra i più bassi d’Europa, nel giro di tre anni scalasse di parecchi punti quella triste classifica.

Anche l’Italia vive la sua stagione di suicidi legati alla crisi, inaugurata nel nord-est dai piccoli imprenditori che non riescono più a far fronte agli impegni verso fornitori e dipendenti, e senza speranza di ottenere credito dalle banche. Accanto ai nomi dei “padroncini” veneti suicidi (ha scritto di loro Giulio Sapelli che “il nord-est declina l’economia morale in una forma particolarissima e speciale, perché il suo passato contadino non è ancora… passato. La fedeltà al principio dell’onestà e dell’autorità, legittimata dal sacrificio, grazie alla spiritualità delle persone, si è poi trasferita dalle campagne alle industrie”), in un’ideale lapide intestata alla Grande Depressione del Ventunesimo secolo, leggiamo, giorno dopo giorno, nomi lombardi, toscani, laziali, siciliani, campani. Da ieri, c’è anche quello di Giuseppe Campaniello, l’artigiano edile che si era dato fuoco dieci giorni fa davanti alle sede dell’Agenzia delle entrate a Bologna
Uomini, quasi sempre. Perché per quella metà del cielo il suicidio è via di fuga da sempre più praticata. Ma anche perché, come dice a proposito della Grecia la psichiatra Eleni Beikari (che con l’organizzazione non governativa Klimaka gestisce un telefono amico), “gli uomini soffrono di più per la perdita del senso di dignità e di orgoglio” legata alle difficoltà economiche. Aggiunge lo psicologo Claudio Risé che “per l’imprenditore e il padre di famiglia, è insopportabile non poter più immaginare il futuro per sé, per i propri figli, per i dipendenti. E’ il dramma di chi non sa fare i conti con il senso di catastrofe, di rovesciamento delle aspettative individuali e collettive. Un dramma soprattutto maschile”. Ci sono le eccezioni. C’è la settantottenne di Gela che tre giorni fa si è buttata dal balcone dopo che la sua pensione era stata ridotta da ottocento a seicento euro.

Da almeno ottant’anni non è più vero quello che scriveva Emile Durkheim, uno dei padri della sociologia, alla fine dell’Ottocento, quando notava che nella povera Calabria ci si toglieva la vita assai meno rispetto a luoghi ben più opulenti. “Si può quasi dire che la miseria protegge” dalla tentazione del suicidio, sosteneva. A smentirlo arrivò la crisi del 1929, inaugurata dal crollo della Borsa di New York. “Fallirono banche, compagnie di assicurazione, imprese private. Il numero dei disoccupati salì fortemente, mentre la ricchezza delle famiglie si ridusse. Crebbe anche il tasso di suicidio, ma con tempi e intensità diversi a seconda dei paesi. L’aumento più forte fu in Austria, negli Stati Uniti e in Spagna, più contenuto in Germania e in Inghilterra, mentre non avvenne per nulla in Italia” (Marzio Barbagli, “Congedarsi dal mondo”, il Mulino). Oggi, lo scrittore Guido Ceronetti si trova a dire da Radio 24 che “l’Italia non è un paese da epidemie di suicidi, non è né Vienna né la Svezia né l’Ungheria. L’Italia è un paese dove il suicidio facile non esiste, e invece adesso sono stati diversi negli ultimi due mesi. Ed è proprio questa vita concreta quella a cui posso pensare, che mi ha provocato un risveglio, non ai temi, ma all’alitare umano di questa sofferenza per questi motivi, che poi si intrecciano”.
Negli anni Trenta erano i ricchi, diventati in un giorno nullatenenti, a togliersi la vita, e gli azionisti rovinati che si lanciavano dai grattacieli sono ancora il simbolo della disfatta delle grandi illusioni, insieme con il giocatore che si spara sulle scale del casinò dopo avere perduto una fortuna. Più tardi, quando la povertà dilagò, a dare voce alla fatica degli ultimi fu Woody Guthrie, il cantore della Grande Depressione e delle Dust Bowl Ballads (da Dust Bowl, “conca di polvere”, termine che indicava le Grandi Pianure flagellate dalla siccità negli anni Trenta, dalle quali i contadini ridotti in miseria fuggivano in massa verso il sogno californiano). Ci furono Faulkner e Steinbeck, che rappresentarono un’umanità dolente ma tenacemente attaccata alla vita. Uccidersi era fermarsi, e i poveri di “Furore” (Steinbeck) o di “Mentre morivo” (Faulkner), non si fermavano mai, mai smettevano di pensare che forse l’indomani la loro vita sarebbe cambiata. La speranza resiste anche quando, nell’ultima scena di “Furore”, la giovane Rosa Tea, che ha partorito un bambino morto, offre il latte del suo seno allo sconosciuto che sta morendo di fame. La speranza resiste anche nel suicidio di Joseph Wayne, che in un altro romanzo di Steinbeck, “Al Dio sconosciuto”, si taglia i polsi perché “sa” che così la pioggia tornerà, come in effetti accade. Wayne sentiva di immolarsi come un Sansone biblico, oggi la speranza non è l’ultima ma la prima a morire, nei capannoni del nord-est e tra i piccolo borghesi che frugano nei rifiuti ad Atene.

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