Sfolgora il Sole di Pasqua e illumina il Paese del Sol levante.


Gesù è il sole apparso all’orizzonte dell’umanità per illuminare l’esistenza personale di ognuno di noi 
e per guidarci tutti insieme verso la meta del nostro pellegrinaggio, verso la terra della libertà e della pace, 
in cui vivremo per sempre in piena comunione con Dio e tra di noi.

Benedetto XVI, Angelus del 6 gennaio 2012


15 ENLUMINURES THE MORNING OF THE RESURRECTIO.jpg - 15 Enluminures The Morning Of The Resurrection Paris Bnf

Dunque tra i morti è la vita? Sotto terra è tuttora il sole senza sera? 
Il coro delle mirofore facendo lamento esclamava: 
venite, corriamo in fretta al santo sepolcro a vedere. 
Ma scorgendovi un angelo risplendente, restarono stupite e smarrite. 
E questi, facendo cessare il loro lamento, gridò: 
è risorto il datore di vita, non abbiate timore, o pie donne. 
All’alba il coro delle donne, 
prima del sole si diede a cercare il Sole che nella tomba era tramontato
Ma l’angelo radioso si rivolse a loro: 
è sorta la luce che illumina quanti dormono nelle tenebre! 
Portate l’annuncio ai discepoli, astri dell’aurora
mutate l’abbattimento in gioia, e cantate in coro, 
con cuore che non dubita, 
facendo risuonare l’annuncio della pasqua gaudiosa, 
della salvezza del mondo. 

Sant’Andrea di Creta, Canone della Domenica delle Mirofore




I primi raggi sono per loro, i milioni di volti inconfondibili che abitano l’avamposto orientale del pianeta. Levandosi ogni mattina, il sole incontra prima di ogni altri gli sguardi giapponesi, e deve essere un po’ come accade al marito con sua moglie al suono della sveglia, o viceversa: molto della nuova giornata dipenderà da quello sguardo mattutino… Te lo porti dietro e riverbera nel tuo, che piaccia o no. Così il sole, ogni mattina raccoglie i volti giapponesi, ed ogni raggio posato poi sul resto del globo, ne seminerà un riflesso. Il sole, una circonferenza colma di rosso vivo, orgoglioso, unico protagonista nel cuore della bianca bandiera giapponese, come il segno di una misteriosa appartenenza sigillata da sempre. E il nome disegnato dagli ideogrammi, nomen omen dicevano i latini, letteralmente “il nome è un presagio”, come dire un nome un destino: 日本, Ni-hon, che significa proprio Origine del sole. Geografia che parla, la mano del Creatore ha plasmato un pugno di isole come l’aurora del mondo, pronta ad accogliere la Luce che non conosce tramontoIl Paese del Sol levante, occhi puntati a oriente del proprio oriente, in perenne attesa: il Giappone, profezia d’ogni altro popolo, d’ogni altro cuore puntato sul buio della notte, nella speranza di scorgere un raggio capace di fendere quella coltre di angoscia.


Lo attendono da sempre, giorno dopo giorno, in quell’estremo confine posto alle acque dell’oceano. Attendono il sole, che è luce, gioia e vita. Il sole, che è uno dei nomi dell’unico Salvatore; non lo sanno i milioni di giapponesi che, attraverso i suoi raggi benefici, è il Sole di Giustizia ad infondere forza e vita ad ogni loro mattino. Non sanno e attendono, nel sole, la luce capace di illuminare di senso la vita. Attendono la felicità, come ogni altro uomo. Si industriano, più degli altri, a dare dimensioni e spazi a questo bisogno che, per storia, cultura e religione, si è vestito di efficienza e ordine. Ma il puzzle dell’esistenza, anche se completato, non sazia il cuore. Misura, ordine ed efficienza sono tamponi adagiati sulla ferita, non guariscono. Lo spettacolo offerto dal Giappone nei giorni successivi il terremoto e lo tsunami devastanti dello scorso anno sono la cifra di questo popolo: non vi è catastrofe dalla quale esso non si sia rialzato, con impegno e diligenza quasi sovraumane. Si leva il Giappone, come il sole, ogni mattina, e ricomincia da dove aveva lasciato il giorno precedente. Il buddismo ha solcato il cammino dei mille ritorni, un cerchio che trascina cose e persone, come i tifoni che investono senza pietà le innumerevoli isole, e distruggono, lasciando macerie dove ricostruire. E si ricostruiscono case, scuole e fabbriche, si dissodano ancora le povere terre per tornarvi a seminare, ma quel che è distrutto, laggiù, nel cuore, non c’è nessuno per sanarlo. Ordine all’esterno, spesso al prezzo di vite e famiglie, ma all’interno, ciascun giapponese è come ogni altro uomo che non ha conosciuto Cristo, profondamente solo.


Il cuore ferito dei giapponesi, lo conosciamo bene, le famiglie missionarie e i presbiteri che, negli ultimi venti anni, siamo stati inviati ad annunciare il Vangelo in Giappone, dal Beato Giovanni Paolo II prima e da Benedetto XVI poi. Il loro dolore bussa alla porta delle nostre case; lo incontrano i figli tra i banchi di scuola; lo scopriamo negli uffici e nelle botteghe dove, con loro, lavoriamo; negli ospedali dove, con loro, andiamo a curarci; nei centri commerciali dove, con loro, cerchiamo offerte adatte alle nostre povere tasche; agli angoli delle strade dove, con loro, andiamo a gettare la spazzatura, rigorosamente differenziata. E’ un dolore antico, come una incrostazione di millenni che serra il cuore. Si è fatto rassegnazione, facendo difficile la missione. Occorre il bisturi per inoltrarsi tra i sedimenti di abitudini che, come coaguli raggrumati a difesa della rassicurante routine, ostruiscono la via alla verità dell’intimo del cuore. La sofferenza trova sempre un ripostiglio dove nascondersi; percuote il petto ma, alla lunga, resta soffocata dalla forma che riordina lacrime e sentimenti nello spazio e nel tempo ad essi concessi. Ma il dolore è brace viva sotto la cenere dell’apparenza. A volte è così forte da riprendersi, prepotentemente, i più deboli, ragazzi o anziani, per gettarli tra le braccia del demone suicida. 


Ma il Sole sorge, oggi e ogni giorno, quello vero, sfolgorante, il Sole di Pasqua: il Signore è risorto anche per questo popolo, che assomiglia così tanto alle mirofore, le donne che si recarono di buon mattino, al levar del sole, alla tomba del Maestro. Mirofore, “portatrici di mirra”, l’olio profumato (myron) con il quale ungere il corpo morto del Signore. Sì, come loro, i giapponesi si alzano presto per infilarsi nel giorno che li attende, prima di ogni altro popolo, e portano il profumo delle loro vite, delle fatiche e della dedizione, ma è sempre come per andare a imbalsamare la speranza. Myron nel Cantico dei Cantici designa anche il nome dello Sposo. Eccoli i giapponesi, uscire ogni mattina in cerca dello Sposo, di Colui che, solo, può davvero colmare di amore incorruttibile quell’ordine e quella disciplina, la dote della sposa che attende la ricchezza dello Sposo, la pienezza di vita che lei proprio non ha. Infatti, anche se tutto è preparato, previsto e pianificato, nelle giornate giapponesi manca il vino della festa, come a Cana di Galilea. Ma Gesù è anche qui in Giappone, è sceso con sua Madre, la Chiesa, e con Lui, l’imprevedibile è sempre possibile! Gli angeli sulla soglia della vita dei giapponesi, come il mattino di Pasqua alla tomba di Cristo, gli apostoli del Signore risorto, li attendono, li cercano, li amano. Sono loro i raggi del Sole che ha distrutto la morte e il peccato, raggi di pace inviati a chiunque abbia smarrito la pace narcotizzandola nello “shikataganai”, espressione ripetuta come un mantra dai giapponesi, un sinistro “non c’è niente da fare” cui appendere speranze e progetti andati in frantumi. Ogni giorno i figli delle famiglie del Cammino Neocatecumenale in missione in Giappone si stendono come raggi di fuoco a bruciare la rassegnazione, incarnando l’impossibile che si fa possibile. Tre, cinque, nove fratelli, che vivono di pura provvidenza, è una buona notizia la loro vita, ogni giorno un miracolo dell’amore di Dio. E la pace e la felicità nascostamente sperate dai loro compagni, impresse in quei volti stranieri, spesso impauriti come i loro, ma diversi, come un dono imprevisto deposto proprio sull’uscio della loro infanzia e gioventù. Raggi di vita tra i banchi di scuole che hanno visto bambini e giovani stritolati nelle regole e negli obbiettivi da raggiungere a qualunque costo. Raggi di amore disegnati nella vita dei loro genitori, partiti senza denaro né bisaccia, e ormai da tanti anni incarnati nella terra giapponese: hanno lasciato tutto, famiglia, amici, lavoro, per fare dei vicini giapponesi la loro nuova famiglia, i loro nuovi amici. Sono seminati tra i grattacieli di Tokyo e di altre metropoli, così come nell’estrema periferia del Paese, tra i campi di riso di cittadine dimenticate. Vivono lì, cristianamente, con i loro presbiteri e con gli altri cristiani giapponesi. Si levano ogni mattina come il sole, con il Sole che li ha spinti ad offrire la propria vita per questo popolo. Ogni giorno la loro vita riflette la “Lumen Gentium”, tra debolezze, crisi, paure e sofferenze immerse nella vittoria di Cristo; come la Chiesa di Gerusalemme duemila anni fa, come le piccole comunità disperse nell’Impero Romano, come la Chiesa tra i “gentili” di ogni generazione, i raggi luminosi di una vita celeste tra le lacrime di questa valle terrena, illuminano e chiamano alla fede. Interrogano, inquietano, e così, ogni giorno, nella semplicità di una vita normalissima e fragile di precarietà, sono come il bisturi tra le mani del Padre, perché il suo amore si faccia strada tra l’indifferenza e la rassegnazione.


E il bisturi a volte affonda, e scopre il cuore ferito, e l’amore più forte della morte raggiunge quella morte. Ne siamo testimoni stupiti. Ragazzi sul ciglio della storia, dimenticati dentro alle loro depressioni, assopiti negli psicofarmaci con cui lo Stato si illude di aver risolto il problema. Uno di loro ha bussato alla porta della Chiesa qualche anno fa; non sapeva a chi rivolgersi, ha cercato laddove aveva intravisto speranza, l’unica che il suo cuore aveva intuito affidabile. Abbiamo parlato e subito ha cominciato un cammino di conversione con altri che, come lui, cercavano luce ai propri passi. Giovani dispersi, ormai lontani dai radar dell’efficienza e dell’ordine della società. Giovani e adulti con le vite distrutte nell’alcool, presi dal laccio dell’adulterio, schiacciati come sardine nell’ingranaggio del lavoro. Ragazze sulla soglia dell’aborto, fragili, con il mondo che cadeva loro addosso. Genitori che avevano perduto un figlio tragicamente, giovani spose tremanti impaurite di fronte ad un cancro che troppo presto le aveva aggredite. “Gentili”, giapponesi, come i Corinti e gli Efesini del I secolo, come gli altri centotrenta milioni di loro compatrioti che non hanno mai conosciuto il Signore. Pochi, deboli, fragili, hanno incontrato il granello di senapa seminato nella loro vita. Ne hanno intercettato la gratuità in un amore che supera le barriere della cultura, della razza e della lingua; hanno gustato la fragranza della misericordia infinita di Dio che riluceva nella vita di quegli amici, conoscenti, compagni di scuola e di lavoro, cristiani. E hanno compreso che volevano vivere come loro, perché quella era la vita che il loro cuore e la loro mente reclamavano, normalissima e ferita come la loro, ma splendente di una luce di pace, gioia e amore che non avevano mai conosciuto.


La Buona notizia del Vangelo annunciata con la stoltezza della predicazione e resa credibile dalla vita dei suoi apostoli, ha aperto per loro un cammino di fede, un catecumenato che li ha presi per mano per condurli alle acque della vita. Improvvisamente, come è accaduto per l’infinita teoria di “gentili” pescati dalla Chiesa nel mare della storia, come ha sperimentato San Francesco Saverio primo evangelizzatore del Giappone, l’annuncio del Vangelo fatto vita nella piccola comunità cristiana, ha acceso il desiderio della stessa vita, della medesima comunione, di quella fede accompagnata alla speranza e alla carità che anima i cristiani. E così, nelle metropoli e nei villaggi, è riapparso in Giappone il catecumenato, la gestazione alla fede adulta che ha caratterizzato la prassi della Chiesa durante i primi secoli della sua storia. Con molto amore e molta pazienza, come solo una Madre premurosa sa fare, la Chiesa ha accolto i gemiti e i desideri dei piccoli che hanno bussato alle sue porte. A poco a poco, nelle chiese come nelle case, li abbiamo iniziati alla Sacra Scrittura, all’ascolto fedele della Parola di Dio che ha cominciato ad illuminare gli eventi della loro vita. Siamo testimoni del potere infinito che ha la Parola Di Dio proclamata e annunciata nella Chiesa. Essa penetra realmente fino alle giunture più profonde dell’anima, illumina e muove i passi dei catecumeni in una vita nuova. Senza moralismi, con misericordia, la Chiesa ha così potuto curare a poco a poco, anno dopo anno, scrutinio dopo scrutinio, le ferite più profonde: la comunione che Dio ha donato dal Cielo a queste piccole comunità ha irrorato di fede e speranza sempre più credibili la carità che appariva tra quei fratelli che venivano dalle esperienze più diverse. E noi con loro, presbiteri, coppie, figli, insieme nella stessa carovana sul cammino dell’esodo rinnovato, per passare, con Cristo, dalla schiavitù alla libertà. Lo stesso Spirito sigillava la stessa predicazione e la stessa Parola, attraverso le liturgie nelle quali la quotidianità veniva trasfigurata nella Verità che dà senso a tutto ciò che si vive. E i “gentili” raccolti dagli apostoli ai crocicchi delle strade giapponesi hanno cominciato a cambiar vita in quel ”cortile” loro proprio che Dio aveva provveduto attraverso lo zelo dei suoi apostoli! In loro, nelle loro case, nel loro amore, essi avevano trovato il grembo che li accoglieva senza esigere nulla, il luogo che realizzava, in Giappone, l’auspicio di Benedetto XVI: “la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa” (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009). In quell’atrio la libertà ha preso il posto della schiavitù: quel giovane che aveva bussato alla nostra porta, è ora un uomo libero, ha preso a lavorare, sta imparando ad accettare la sua debolezza psicologica ed è per lui un segno da mostrare a tutti, la Croce nella quale ha incontrato il suo Signore. E quanti impiegati hanno avuto il coraggio di mettere in secondo piano il lavoro per ritornare a casa e occuparsi dei propri figli! O hanno cambiato lavoro, quando questo non era adatto a un discepolo di Cristo; ricordo di un anziano scultore che viveva scolpendo statue buddiste. Durante il neocatecumenato, ad una tappa precisa dove ha potuto scrutare la propria vita, ha deciso di abbandonare quella fonte di sussistenza, si è messo a far statue cristiane, perdendo prestigio nel mondo e denari, ma acquistando gioia e libertà. Quante riconciliazioni tra parenti e colleghi, impensabili in un paese dove l’etichetta è colonna portante della società e i ruoli sono decisi e inamovibili. Quanti anziani han preso su e sono andati a cercare un vecchio nemico per chiedergli perdono, calpestando quell’onore nell’idolatria del quale sono stati educati. Quante case aperte per accogliere i fratelli e non solo, proprio in Giappone dove quando ti invitano a cena ti portano al ristorante per la vergogna di mostrare case troppo piccole. Quanti giovani hanno scoperto la bellezza della comunità cristiana, una nuova e piena amicizia, la possibilità di vivere fidanzamenti santi e casti, e decidere di sposarsi nella precarietà estrema seguendo le orme dei propri genitori e delle famiglie missionarie, Giovani che hanno lasciato le innumerevoli attività parascolastiche che li tenevano impegnati sino alla notte inghiottendo le loro vite separandole dalla famiglia e dagli affetti per stordirsi poi con alcool e sesso a buon mercato. Quanti figli hanno smesso di lasciare i propri genitori negli ospizi a causa degli orari di lavoro, rinunciando a carriere e denaro. Quante coppie hanno imparato dall’amore di Cristo ad amarsi in Lui, ad aprirsi alla vita e vedere così vinto l’egoismo e dare alla luce il terzo, il quarto, il settimo figlio. Sperimentiamo da anni l’autenticità profetica dell’Enciclica”Humanae Vitae” di Paolo VI, qui, in questa terra pagana che a percentuali di nuovi nati se la batte con l’Italia per conquistare la maglia nera, dove la Chiesa è un’impercettibile minoranza, dove tutto congiura contro le coppie che desiderano aver figli. Emoziona vedere come, attraverso il Neocatecumenato che Dio ha donato alla Chiesa di questi tempi, in quest’angolo di mondo, dove tutto è organizzato e ottimizzato, dove si “regola” anche l’inclinazione da fare negli inchini di saluto, salti proprio la “regolazione” fondamentale, quella delle nascite, che fagocita il mondo e lo strangola nelle crisi economiche sue figlie.

 

I piccoli, i cuori feriti dalla storia passata lontana da Cristo, ritornano in vita, ed è la vita nuova di Cristo e dei cristiani. La vediamo, bella, splendente come il sole. E’ Pasqua, è la notte nella quale la Chiesa consegna alla luce della vita immortale i suoi figli. La notte che ha distrutto le tenebre e nella quale Cristo risorge vittorioso. Anche in Giappone, anche quest’anno. Con Lui in questa notte, sono risorti e continuano a risorgere i giapponesi, una manciata come un piccolo seme, primizie che, sui sentieri delle loro storie, hanno incontrato il Sole levato dalla morte per destarli alla libertà dei figli di Dio; giapponesi che hanno conosciuto Cristo, e non temono più precarietà e terremoti, debolezze e tsunami, perché hanno visto vivo nella Chiesa e in loro stessi il Signore crocifisso. Anche loro erano appesi ad un legno che inchiodava la speranza; anche loro, come le mirofore, si erano recati ogni mattina a cercare di imbalsamare la propria vita. Prendendo con sé gli aromi le mirofore giunsero ai primi albori alla tomba del Signore. Ma trovano ciò che non sospettavano, parlavano tra loro timorose della pietra che era stata rimossa: e dove sono i sigilli del sepolcro? Dove, le guardie di Pilato che dovevano custodirlo rigorosamente? Si fece iniziatore delle donne ignare un angelo sfolgorante che disse loro: perché cercate con lamenti il vivente, colui che da la vita al genere umano? È risorto dai morti il Cristo Dio nostro, perché è onnipotente, e dona a tutti noi vita incorruttibilità, illuminazione e la grande misericordia” (S. Andrea di Creta, Canone orientale dei vespri della domenica delle mirofore). Anche loro hanno visto gli angeli, le bende e il sudario; hanno visto e hanno cominciato a camminare sino a credere che il Signore era risorto davvero, e li attendeva in Galilea. Sono pronte le acque del battesimo, possono rinascere, rivestirsi della vita immortale, essere unti dello Spirito che vince ogni timore, possono gettarsi sulle strade della loro Galilea, i luoghi della loro esistenza, come raggi del Sole che li ha illuminati e trasformati, primizie per ogni altro giapponese, speranza per la Chiesa intera.


Le donne di divina sapienza correvano con aromi, e ti cercarono con lacrime quasi tu fossi un mortale. 

Ma esultanti di gioia, ti adorarono Dio vivo, e te annunciarono ai discepoli tuoi, o Cristo. 

Chi ha rotolato con le sue mani la pietra dal sepolcro? Chi ha fatto seccare il fico? Chi ha risanato la mano inaridita? 

Chi ha saziato un giorno la folla nel deserto? Chi se non il Cristo che fa risorgere i morti? 

Chi ha dato la luce ai ciechi, purificato i lebbrosi, drizzato gli storpi e camminato a piedi asciutti sul mare come su terra ferma? 

Non forse il Cristo Dio che risuscita i morti? 

Chi ha risuscitato dalla tomba un morto di quattro giorni, e il figlio della vedova? 

Chi, come Dio, ha drizzato il paralitico costretto a letto? 

Grida la pietra stessa, gridano i sigilli che avete messo, aggiungendo guardie per sorvegliare il sepolcro: 

Cristo è veramente risorto e vive nei secoli.  

 

(S. Andrea di Creta, Canone orientale dei vespri della domenica delle mirofore).



 


Antonello Iapicca


Presbitero a Takamatsu, Giappone    

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