Ora con quelle vite tutti noi faremo i conti. Embrioni congelati: le domande ineludibili. di Assuntina Morresi

Saranno le autorità competenti a stabilire il come e il perché del guasto all’impianto di crioconservazione di embrioni e gameti al San Filippo Neri, ma possiamo dire fin d’ora che questo fatto scoperchia tragicamente il vaso di Pandora delle tecniche di procreazione assistita.
Sono tante le domande a cui sarà inevitabile rispondere, e non si tratterà di argomenti per addetti ai lavori, perché la creazione di vite umane al di fuori del grembo materno implica visioni antropologiche che coinvolgono i valori ultimi su cui si disegna il volto di una società. Anzitutto bisognerà capire perché tutti quegli embrioni erano crioconservati. La legge 40, anche dopo le modifiche della Consulta, ha mantenuto la disposizione secondo cui gli embrioni devono essere creati in numero «strettamente necessario» alla procreazione, e nessuno in più. La nostra normativa, pur consentendone la creazione in laboratorio, dà molte tutele all’embrione, che può essere creato in provetta ma solo per svilupparsi e, possibilmente, diventare un figlio per chi non riesce ad averne naturalmente, e non per altri scopi. Sarà necessario quindi verificare dalla documentazione medica che ognuno degli embrioni distrutti sia stato creato perché «strettamente necessario» alla procreazione, e non ancora trasferito in utero per motivi di salute della donna, come prevede la legge.
Si apre poi un’importantissima partita giudiziaria riguardo le responsabilità dell’incidente, gli eventuali reati e i danni morali e materiali. Ispezioni e commissioni di inchiesta aiuteranno a stabilire se ci sono profili penali oltre a quelli civili, e si avvieranno procedimenti per stabilire, caso per caso, il danno subìto dalle coppie. Ma per poter procedere a un risarcimento, sarà inevitabile porsi la domanda: quanto vale un embrione d’uomo? E quindi, piaccia o meno, torneranno a galla le questioni sorte con l’avvento delle nuove tecniche in campo medico, e messe a tema in Italia soprattutto nella campagna referendaria sulla legge 40, sulla natura e il valore e la dignità di ogni singolo embrione umano, e sulle conseguenze del concepimento di una persona in laboratorio.
Non serve essere dei giuristi per capire che alle coppie sarà destinato un risarcimento maggiore quanto più sarà dato valore ai loro embrioni distrutti. Non riconoscere l’esistenza di un essere umano in un embrione di pochi giorni, e ridurlo a «progetto parentale» o «grumo di cellule» – come spesso viene chiamato dai paladini del “diritto al figlio”, soprattutto al figlio sano – sminuirebbe parecchio il danno subìto dalle famiglie coinvolte, e non darebbe ragione della loro sofferenza in questi giorni. La perdita di un figlio non ancora nato, anche se nel primissimo inizio della sua esistenza, per il quale, tra l’altro, si è tanto investito, in termini economici, fisici ed emotivi, è sicuramente più grave di quella di generico «materiale biologico», pur prezioso. Non a caso, fra chi ha perso i propri embrioni, qualche donna ha già dichiarato di sentirsi come se avesse subìto un aborto.
Insomma, nel caso giudiziario che si è aperto bisognerà pur dire se quegli embrioni sono o no vita umana, sarà necessario stabilire con chiarezza se sono equiparabili o no ai gameti andati distrutti, e stavolta non sarà una questione filosofica o destinata ai dibattiti televisivi: il riconoscimento o meno della morte di esseri umani a seguito dell’incidente del San Filippo Neri contribuirà in modo determinante a quantificare il danno, e a stabilire cifre congrue per i risarcimenti. Nel contenzioso che verrà bisognerà necessariamente stabilire se sono stati lesi dei diritti, e quali, e individuare i beni andati distrutti. Meglio ancora: se è andato perduto “qualcosa” o “qualcuno”, e, nel caso, stabilire “chi” è quel qualcuno. Che, piaccia o non piaccia, era vivo e ora non lo è più.

«Avvenire» del 4 aprile 2012
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