I 94 embrioni “andati persi” sono mammiferi come noi (chi osa ricordarlo?)

Da Tempi

Cosa direbbe Chesterton dell’incidente capitato all’ospedale San Filippo Neri di Roma? Ci ricorderebbe con uno dei suoi paradossi che quella era vita e che la vita è qualcosa di ben diverso “dall’accademia delle mode e dei capricci” cui ci vuole abituare la moderna mentalità. Annalisa Teggi torna su un episodio di cronaca (poco) commentato.
La cronaca è la narrazione dei fatti. È capace di mettere esattamente le carte sul tavolo, ma non è detto che sia sempre chiaro e univoco quel che c’è da vedere.
Mi ha colpito, ad esempio, il tono prevalente con cui ci è stata presentata la vicenda dell’ospedale San Filippo Neri di Roma: il 27 marzo per un errore tecnico nell’impianto di congelamento sono “andati persi” 94 embrioni nel centro di procreazione medicalmente assistita. Un tono misurato e tecnico, questioni mediche e legali. Ho sentito, invece, toni molto più drammatici e forti nel raccontare la protesta di chi, a una settimana dal giorno di Pasqua, ci ricorda quanto è disumano macellare gli agnelli.
Questo stridore, che forse solo io ho avvertito, non mi pare una nota isolata. L’umano che emerge dalle righe della cronaca è uno strano calderone. Si passa con soluzione di continuità dalla notizia sulla commercializzazione della pillola dei “cinque giorni dopo” alla notizia sulla crescita del senso di colpa tra i genitori, che pare ultimamente vadano molto in depressione per timore di aver dato un nome sbagliato ai propri figli. E dall’esame comparato di questi dati emerge lo spessore del nostro alto grado di civiltà: o schiacciamo la vita o ci mettiamo a idolatrarla. In nessun caso c’inchiniamo di fronte ad essa.
Poi c’è il dibattito sul matrimonio che riemerge con prepotenza, su chi ne ha diritto e chi no. E gli illuminati eterosessuali, che da tempo sono quella razza evoluta che ha santificato il divorzio, tendono le braccia agli omosessuali per farli loro compagni di strada verso quel regno del libero amore, dove ogni relazione è lecita ed è altrettanto lecito liberarsi di ogni relazione a proprio gusto.
In mezzo a questo polverone si fa fatica a vederci chiaro, l’unica chiarezza è che tutti ronzano ossessivamente attorno ai propri desideri e questo ronzare ha tutto l’aspetto di una dittatura silenziosa. Allo scrittore canadese Michael O’Brien è passata per la testa l’idea che Erode sia ancora tra di noi. Ma se c’è, ha messo da parte il bagliore delle spade.
Scrive il signor Michael O’Brien: «Una strana società, la nostra. Leggi assolutamente bizzarre e leggi profondamente scellerate vengono attualmente discusse in molti circoli, come se fossero opinioni ragionevoli. Tutta questa retorica fa sì che l’uomo moderno cerchi dappertutto e affannosamente delle soluzioni per questioni umane basilari, cioè le cerca ovunque tranne che nell’unico posto dove la vera risposta può essere trovata. Si affida a facili rimedi per evitare il sacrosanto privilegio della vita, che al Signore sembrò perfetto rivestire della carne, e per evitare tutte le responsabilità che derivano da ciò. L’uomo è arrivato a credere, consciamente o meno, che la salute, la fertilità, la generosità siano problemi che occorre limitare, cambiare o controllare ad ogni costo. Questa impostazione mentale, sia a livello personale sia come pensiero dominante del paese, è la ricetta di un disastro» (da L’attesa).
Ma c’è ancora un branco di sconclusionati che in mezzo al polverone deve – e dovrebbe proprio – alzare la voce in nome di quel mammifero che è l’uomo. E l’unico che può difendere la santità dell’uomo in quanto mammifero è il cristiano.
«Il posto in cui una madre è considerata qualcosa di più di un mammifero è anche il posto in cui è considerata davvero un mammifero. In un posto simile le persone sono ancora animali sani, sani abbastanza da prenderti a pugni se li chiami animali». Questa definizione di famiglia è un altro degli altri sacrosanti paradossi con cui il signor Chesterton è capace di riportare il discorso umano alle sue fondamenta.
E nessuno più di lui fu netto e chiaro nell’intuire che il vero bersaglio di tutta l’esuberante macchina del progresso moderno sarebbe stata la famiglia. Quella basata sul sacramento del matrimonio, quella fondata su un uomo e una donna che si impegnano di fronte a Dio rispondendo alla domanda: «Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi?». Non è una domanda semplice come sembrerebbe. Perché non si parla affatto di un patto equilibrato tra i progetti di Dio e i desideri dell’uomo. È un po’ più brutale la questione: sei disposto ad accogliere la vita se te ne farò dono?
Chi, tra le molte possibilità di legame affettivo che oggi esistono, sceglie ancora il vincolo del sacramento apra bene occhi e orecchi. Non è un patto alla pari e non ci sono margini di accordo. Il termine che spetta all’uomo riguarda la sua disponibilità ad accogliere, la Vita è affare di Dio.
Il punto di forza di questo vincolo è che, nella vertigine di questa insicurezza, c’è un’umiliazione benedetta. Quella, appunto, per cui l’umiltà ha a che fare con lo stare a tu per tu con la terra. E il fronte della battaglia che oggi si combatte è sulle cose terrene, infatti «si può notare che i pedanti sono contrari alle cose terrene quanto se non più che a quelle celesti. Non sono le cose sovrannaturali a disgustarli, ma quelle naturali. E chi di noi ha assistito alla distruzione, da parte di speculatori avventati, delle comuni regole e relazioni umane, quasi fossero abusi illeciti o questioni contingenti, comprenderà perché gli uomini hanno sempre cercato il divino per riuscire a conservare qualcosa di umano; comprenderà perché il buonsenso, respinto da quel lussuoso manicomio che è l’accademia delle mode e dei capricci, ha da sempre cercato rifugio nella sapienza di un sacramento» (G. K. Chesterton, La superstizione del divorzio).
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