Il cardinale Dolan: no al piano Obama sull’aborto «gratis»

Una battaglia che avrebbe preferito non intraprendere, ma che ha abbracciato in nome della libertà di religione e in difesa della possibilità della Chiesa di aiutare i bisognosi. Il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York e presidente della Conferenza episcopale statunitense, sottolinea con fervore la necessità di esonerare ospedali, parrocchie e associazioni caritatevoli cattoliche dall’obbligo di fornire ai propri dipendenti una gamma di servizi sanitari che comprendono aborto, sterilizzazione e contraccezione. E si accalora nel descrivere quanto il popolo cattolico si stia ribellando all’idea di imposizioni di stampo statalista sull’operato della organizzazioni benefiche cattoliche. È un ulteriore esempio di come i temi bioetici siano balzati in primo piano in quest’anno elettorale e di come i cattolici americani non esitino a esigere chiarezza sui temi morali dai propri candidati e rappresentanti e a sfidarli nell’arena pubblica quando la chiarezza viene meno.

Cardinale Dolan, ci ricorda come è cominciata questa battaglia?
È cominciata il 20 gennaio scorso, quando il presidente Obama ha annunciato che gli obblighi legati alla nuova legge sulla sanità, imposti dal dipartimento competente, sarebbero rimasti per tutti, senza eccezioni e senza possibilità di obiezione di coscienza. In quel momento sono rimasto choccato. Il presidente mi aveva personalmente assicurato che non avrebbe fatto nulla per intralciare l’opera della Chiesa nel campo di sanità, istruzione e carità, e che considerava la protezione dell’obiezione di coscienza un dovere sacro.

Come ha reagito il popolo cattolico?
Immediatamente, un grandissimo numero di persone di tutte le fedi, non solo cattolici, ha cominciato a manifestare la sua protesta. La preoccupazione che noi vescovi abbiamo espresso, cioè che tale controllo governativo è contrario ai nostri valori più profondi, è stata subito sostenuta in modo eloquente da costituzionalisti e leader di ogni credo. Anche molti giornali hanno pubblicato editoriali in cui si esprime sostegno. E, infatti, l’Amministrazione ha fatto sapere che avrebbe ripreso in esame la questione… Salvo poi, il 10 febbraio, annunciare il trasferimento alle assicurazioni sanitarie dell’obbligo di pagare aborti, sterilizzazioni e contraccezione che le nostre istituzioni sarebbero costrette a offrire ai propri dipendenti. Ci è stata presentata come una concessione significativa, e noi vescovi abbiamo preso sul serio la parola del presidente. Prima di pronunciarci, abbiamo quindi studiato a lungo le implicazioni della proposta. Ma al termine di questo scrutinio, rimaniamo fortemente preoccupati.

Perché?
Da un lato, non si fa cenno al fatto che questa misura viola comunque la libertà di religione, né ci è stato garantito che sarà tolto al dipartimento della Sanità il diritto di definire che cosa possiamo fare e quali organizzazioni possono essere definite religiose. In secondo luogo, le nostre istituzioni non fanno ricorso ad assicurazioni sanitarie, ma pagano direttamente le cure dei propri dipendenti: la correzione perciò non fa nessuna differenza. Per questo siamo ancora preoccupati. Ci sono più domande che risposte, abbiamo più confusione che chiarezza.

Che cosa farete ora?
Continueremo a fare informazione. Continueremo a fare leva sulla preoccupazione e l’impegno dei cittadini. Sfortunatamente, la compattezza del fronte cattolico è stata parzialmente compromessa da chi pensa che il presidente abbia accolto le nostre richieste e che ora possiamo stare tranquilli. Ogni cattolico è libero di pensarla così, ma spero anche che ascolti le parole dei suoi pastori, i quali sono ancora alla ricerca di una soluzione. D’altra parte, continueremo a cercare di spezzare, per via legislativa o legale, le catene degli obblighi che oggi ci chiedono di violare le nostre convinzioni morali. O almeno cercheremo di ottenere esenzioni più ampie e di estendere le definizioni rigide e ristrette di “Chiesa” e di “ente ecclesiastico”, definizioni che ci impedirebbero di aiutare i bisognosi, educare i bambini e curare i malati nel caso non siano cattolici.

Pensa che ci sia ancora spazio per il dialogo con l’Amministrazione?
Il presidente ci ha invitati a «smussare gli angoli» e abbiamo preso sul serio la sua richiesta. Sfortunatamente, il dialogo non sembra portare da nessuna parte. Il portavoce della Casa Bianca, ad esempio, ha spiegato alla nazione che l’obbligo di inserire aborto, sterilizzazione e contraccezione nei piani sanitari di associazioni, ospedali e scuole legate alla Chiesa costituisce un dato di fatto. Non è incoraggiante che contestualmente abbia sostenuto che i vescovi sono comunque contrari alla riforma sanitaria di Obama, un’accusa falsa e offensiva. Ha anche detto al Congresso che tali obblighi devono essere recepiti «senza modifiche». E un recente incontro fra vescovi e lo staff del presidente si è concluso con un nulla di fatto. L’Amministrazione sembra convinta che i vescovi abbiano perso il contatto con la loro gente, tanto da potersi sostituire a noi nel dire ai cattolici in che cosa credere.

Non è così, immagino.
In tutta l’arcidiocesi di New York la gente è stata molto attiva nel far sapere al governo che si sente a disagio di fronte a questi tentativi di limitare la libertà di religione e la sacralità delle convinzioni che facciamo nostre sia come cattolici sia come americani. I fedeli sono stati una fonte d’ispirazione per tutti noi. Non hanno mai smesso di sperare, pregare e darsi da fare. E non si tratta nemmeno di una battaglia puramente cattolica. Un’infermiera di Harrison, nell’arcidiocesi, mi ha mandato una email dicendosi offesa più come americana che come come cattolica. Ed è stato un pastore battista, il governatore Mike Huckabee, a dire che in questa vicenda «siamo tutti cattolici». È una questione di libertà religiosa, il diritto sacro, protetto dalla Costituzione, che ogni Chiesa ha di specificare i propri insegnamenti.

I vescovi faranno ricorso ai tribunali?
Il Congresso ci offre ancora qualche speranza. Alcuni parlamentari hanno promesso norme a protezione della libertà religiosa. I tribunali rappresentano comunque fronte più promettente. La Corte Suprema di recente ha difeso con forza e all’unanimità il diritto di una Chiesa a definire i propri servizi. Per questo i vescovi e molti enti religiosi stanno lavorando con alcuni dei migliori avvocati d’America, che si sono così appassionati alla nostra causa da volerci rappresentare pro bono (senza costi). Alcuni ci hanno proposto di interrompere i nostri servizi sociali. Altri ci invitano a usare le armi della disobbedienza civile. Altri ancora ci spiegano che l’unica via d’uscita è la sospensione della copertura sanitaria ai nostri dipendenti, una strada che però non vogliamo percorrere.

E nel frattempo che cosa faranno le organizzazioni legate alla Chiesa?
Quello che hanno sempre fatto. Curare i malati, insegnare ai giovani, aiutare i poveri. E devo dire che lo fanno bene, spesso con l’appoggio del governo. La Chiesa cattolica ha una lunga tradizione di collaborazione con le istituzioni federali, statali e locali. Preferiremmo continuare a essere alleati piuttosto che in conflitto.

In questo dibattito, la Chiesa è stata dipinta come retrograda, lontana dai bisogni reali delle donne. Come risponde?
Con i fatti. Noi vescovi di New York sosteniamo un’agenzia chiamata Fidelis, che fornisce assicurazione sanitaria alle persone con basso reddito. Siamo il maggior fornitore di sanità gratuita o a basso costo dello Stato. Un medico mi ha detto che Fidelis è il principale ente assicuratore in assoluto per le donne e per i bambini. E ci sono molti altri esempi che lo dimostrano.

Ce ne faccia qualcuno.
Un paio d’anni fa visitai un carcere femminile. Il direttore mi chiese se volessi recarmi anche nell’ala riservata alle donne in gravidanza e alle neomamme. Fui molto felice di vedere quali eccellenti e premurosi servizi ricevevano le donne e i loro bambini, e com’era sereno l’ambiente in cui risiedevano. Quando dissi al direttore del penitenziario che gli ero grato per quell’impegno, mi rispose: «Non deve ringraziare me, è un servizio della Caritas». Capisce allora perché i cattolici scalpitano quando sentono politici e commentatori definire la Chiesa «insensibile alla salute delle donne»? È una tattica di comunicazione per sviare l’attenzione dal problema della libertà religiosa. Ma non per questo siamo sulla difensiva. Non chiediamo nessun trattamento preferenziale. Vogliamo soltanto che il governo ci lasci continuare a servire, insegnare, sfamare, curare, sostenere. E siamo orgogliosi che la nostra casa terrena, l’America, abbia sempre considerato sacra la libertà di farlo.

 

Elena Molinari
Avvenire
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...