Chi tradisce la missione della Chiesa. di Mons Luigi Negri

Le preoccupazioni che muovono questo mio intervento non sono – come si vedrà – polemiche nei confronti di nessuno. Voglio cercare di leggere una situazione che mostra gravi elementi di preoccupazione che stanno avanti a noi; e con “noi” intendo il popolo cristiano nella sua identità, nel suo bisogno di essere educato a raggiungere una coscienza critica e sistematica della sua fede, e quindi in forza di questa cultura affrontare e giudicare serenamente ma oggettivamente tutti i problemi che la vita ci pone di fronte.

Ogni giorno noi – dico noi perché per me è così – combattiamo questo terribile confronto tra la cultura della vita e la cultura della morte. Il beato Giovanni Paolo II parlava di una vera e propria battaglia escatologica. Siamo assaliti da ogni parte da una concezione della vita – o per meglio dire, della persona umana – come di un individuo proteso a realizzare il massimo di benessere con tutto, compresi i rapporti, che sono tutti funzionali alla realizzazione del proprio benessere. E tali rapporti durano in quanto e fin tanto che questo benessere viene assicurato, e durano quali che siano questi rapporti che consentono il benessere.

Di fronte a questa cultura della morte sta la cultura della vita. La cultura della vita non è un’ideologia né di tipo religioso né di tipo etico o familiaristico. La battaglia per la cultura della vita è l’esistenza di un popolo che vive intensamente la propria identità umana nel cristianesimo. E vivendo questa identità umana offre la sua esperienza di vita come un grande annunzio, una grande possibilità offerta a tutti gli uomini, di uscire da quello che un grande filosofo tedesco definiva “il sentiero polveroso del nulla”. Uscire da questo e cominciare a camminare sul sentiero che porta alla vita, quella vita piena di cui il Signore è stato portatore, e che ha in qualche modo identificato la pienezza storica della sua missione: «Sono venuto perché abbiano la vita, e la abbiano piena».

In questo contesto la tentazione di considerare la famiglia cristiana come un’opzione particolarissima, un’opzione che nessuno metterebbe in discussione, un’opzione del tutto particolare che non ha nessuna ampiezza umana e culturale, che non ha nessuna capacità di giocare un ruolo nel dialogo con questo mondo, questa riduzione del cristianesimo a un’opzione particolare costituisce un vero tradimento dell’identità cristiana e della sua missione nel mondo.

Così anziché battere la strada ampia e solenne, straordinaria – regale, avrebbero detto i nostri padri -, anziché battere la strada regale della missione, della condizione della vita dei nostri fratelli uomini, della proposta a loro di una umanità più autentica, più decisamente vissuta, corriamo dietro alle infrastrutture o alle particolarità – alle molte particolarità in cui si flette questo individualismo consumista e materialista – cercando di trovare valori che non si possono trovare perché nessuno li professa come tali.

L’omosessualità e l’eterosessualità non stanno una di fronte all’altra come due possibili opzioni con alcuni vantaggi e alcuni svantaggi; non stanno di fronte come se fosse necessario per tutti, e quindi anche per i cristiani, armarsi di intelligenza e di capacità di penetrazione per salvaguardare alcuni valori delle unioni gay. Ad esempio l’amicizia: si fa un discorso sull’amicizia tra due partner dello stesso sesso, senza rendersi conto che questa espressione – amicizia – copre un aspetto certamente molto particolare che non è quello che viene in mente a chi professa la sua omosessualità o a chi considera in un mondo come il nostro l’esperienza della omosessualità.

L’esperienza omosessuale considerata in qualche modo come una eguale esperienza di famiglia è assolutamente insostenibile, perché l’esperienza dell’omosessualità – come a certi livelli l’esperienza di una eterosessualità disordinata e immotivata – è un aspetto del degrado mondano che sta praticamente archiviando i rapporti che nascono da una gratuità vissuta, da una corresponsabilità in ordine alla gestione delle grandi questioni della vita, di fronte alla paternità o alla maternità come responsabilità inderogabile di fronte a Dio e di fronte alla storia.

Invece di incrementare la coscienza della situazione di questo mondo così ammalato di individualismo e di consumismo e di proporre come alternativa viva un modo d’essere affezionati, uomo e donna, nel grande orizzonte di una vera idealità umana e cristiana, di una vera esperienza di un compimento l’uno nell’altro, di una dimensione di gratuità che è la stessa dimensione dell’esistenza di Dio, andiamo alla ricerca in modo sostanzialmente molto artificioso di aspetti di positività in esperienze che il buon senso comune – ancor prima della retta ragione – ha considerato non certo deprecabili e condannabili, ma sicuramente come esperienze non autenticamente umane.

A chi nel mondo cattolico ed ecclesiastico poco o tanto sostiene questa posizione, chiedo: perché abbandonare la strada della evangelizzazione, fatta come offerta della vita cristiana, come novità della vita di Cristo partecipata da coloro che vivono la comunione ecclesiale e vi partecipano con tutta la loro libertà? Anziché questa che è la strada maestra della vita cristiana, della presenza della Chiesa nel mondo, perché correre dietro situazioni tutto sommato particolari che finiscono per avere anche per questo nostro interessamento, più importanza  esistenziale e storica di quanto non ne abbiano obiettivamente?

Forse varrebbe la pena di rileggere quelle lucidissime pagine di Jacques Maritain – che non era certo un filosofo integralista – che ne “Il Contadino della Garonna” metteva in guardia la Chiesa, ma innanzitutto l’ecclesiasticità, da una operazione che considerava suicida: l’inginocchiarsi di fronte al mondo. La Chiesa tradisce se stessa – ma tradisce anche l’uomo – quando invece di svolgere tutta la forza della sua responsabilità missionaria, che è responsabilità ad un tempo culturale e caritativa, si riduce a discettare di problemi psicologici, affettivi, sessuali, stralciati dal contesto della vita vera e attiva e ridotti a espressioni di presupposti che non hanno molte volte nessun fondamento reale e quindi sostanzialmente diventano una posizione ideologica.

Giovanni Paolo II ci ha insegnato dalla Redemptor Hominis in poi che la Chiesa non deve avere alcuna preoccupazione di dialogo con le formulazioni ideologiche o socio-politiche, ma deve avere come preoccupazione quella evangelizzazione ed educazione del popolo cristiano che si attua poi come missione, perché la missione è l’autorealizzazione della Chiesa. E in questo compito di autorealizzazione incontra i problemi reali degli uomini, anche le difficoltà, anche gli aspetti di assoluta particolarità, ma che assume non con la presunzione della neutralità scientifica o filosofica o sociologica, li assume come parte viva di una condivisione dentro la quale si possono legittimamente indicare vie di una possibile soluzione esistenziale e sociale di tali problemi.

Invece di inseguire psicologismi dobbiamo preoccuparci di rafforzare l’Identità della fedecosì come è stata tematizzata da quel Catechismo della Chiesa cattolica che papa Benedetto XVI ha posto come strumento fondamentale dell’Anno della fede. L’anno che abbiamo davanti non è l’anno della rincorsa alle problematiche particolari, specifiche, qualche volta patologiche. L’anno che abbiamo davanti è l’anno della fede, che se si approfondisce incontra tutto e sa dare un contributo positivo alla soluzione di tutti i problemi.

* Vescovo di San Marino-Montefeltro

 

http://www.labussolaquotidiana.it

 

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