«Già Aristotele diceva che solo il matrimonio tra uomo e donna realizza le esigenze naturali»

Intervista al teologo don Francesco Ventorino, che spiega perché, già solo per il diritto naturale, il matrimonio tra uomo e donna è l’unico che soddisfa davvero le esigenze naturali dell’uomo: «Per il Filosofo solo nella comunione coniugale può essere accolta e educata quella vita che l’atto stesso dell’unione sessuale tende a generare».
Di Benedetta Frigerio

21 Mar 2012

«Il matrimonio fra persone dello stesso sesso, vissuto nell’unicità e nella fedeltà è un bene necessario e vivibile anche per chi cristiano non è. Lo riconosceva già Aristotele. Se si declassano il diritto naturale e la coscienza religiosa di dipendenza che ne deriva, si dimentica che siamo voluti per un compito. Ma così la vita diventa insopportabile». A parlare a tempi.it del recente pronunciamento della corte di Cassazione per cui «è stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio», è don Francesco Ventorino, teologo e docente di Ontologia ed Etica presso lo Studio teologico S. Paolo di Catania.

Per la Cassazione la diversità di sesso non è più presupposto del matrimonio. Così non si declassa il diritto naturale?
L’idea del diritto naturale – ha riconosciuto papa Benedetto XVI, parlando al Parlamento Federale tedesco il 22 settembre 2011 – è considerata oggi una dottrina piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionare anche soltanto il termine. Eppure, osservava il Santo Padre, l’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa: da parte di tutti si riconosce che dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. E allora si dovrebbe anche riconoscere che esiste una “ecologia dell’uomo”. L’uomo stesso, infatti, possiede una natura da rispettare, non manipolabile a piacimento. Egli non è una libertà che si crea da sé: è certamente spirito e volontà, ma è anche natura, e l’umana volontà è giusta quando rispetta questa umana natura. Si tratta, per l’uomo, di accettare se stesso per quello che è, cioè un essere che non si è creato da sé. Soltanto così si realizza la vera libertà umana. La storia, anche quella recente della nostra Europa, mostra che ogni misconoscimento del “dato naturale umano” crea un pericoloso precedente, può portare insomma all’avallo di comportamenti arbitrari e persino di leggi permissive, leggi che avranno magari il consenso di una maggioranza democratica, ma che implicano in realtà una violenza dell’uomo sull’uomo e dei popoli su altri popoli. Si dovrebbe essere, pertanto, molto cauti nel definire superata ogni concezione “naturale” della vita umana, in modo particolare quella per la quale la diversità di sesso è un presupposto essenziale per l’esistenza del matrimonio.

Il matrimonio è sempre stato visto come un bene, che permette all’uomo di generare e compiersi. Quali conseguenze sociali potrebbe avrebbe la comparazione dell’unione omosessuale a quella matrimoniale?
Tommaso d’Aquino, per confermare la visione biblica dell’unione coniugale, adduceva delle ragioni eminentemente “laiche”. Era giusto – diceva – che nella prima costituzione delle cose la donna fosse formata dall’uomo, a differenza di quanto fu fatto per gli altri animali, affinché l’uomo, sapendo che la donna era uscita da lui, l’amasse di più e le fosse unito indissolubilmente. E citava a favore della sua affermazione l’autorità di colui che era ritenuto allora il filosofo per eccellenza, cioè di Aristotele, secondo il quale il maschio e la femmina si uniscono nella specie umana non solo per la necessità di generare, come tutti gli altri animali, ma anche per la necessità di una vita domestica, cioè di una convivenza di cui hanno reciprocamente bisogno. Per ragioni della stessa natura condannava la fornicazione, cioè l’unione occasionale dell’uomo e della donna. Essa è indebita, diceva, proprio perché mancante di quella totalità propria della comunione coniugale, dentro la quale soltanto può essere accolta e educata quella vita che l’atto stesso dell’unione sessuale tende a generare. Come negare la “naturalità” di queste esigenze? Non è difficile, del resto, immaginare cosa accade quando esse vengono trascurate. Certe conseguenze sono sotto i nostri occhi. La mancanza di stabilità degli affetti genera insicurezza e incapacità di decisioni definitive: le radici di quello sfaldamento dei rapporti sociali al quale progressivamente assistiamo.

Molti sostengono che il riconoscimento del matrimonio omosessuale non declassa quello tra uomo e donna.
Paragonare l’unione omosessuale a quella matrimoniale significa inevitabilmente mettere in crisi il matrimonio. Lo si voglia o no, si tende, di fatto, allo scardinamento di quell’istituzione a cui è legata la vera completezza umana, completezza che si ha nella relazione affettiva tra persone di sesso diverso, luogo adeguato alla generazione e all’educazione dei figli. In una relazione sessuale si cerca, anche morfologicamente e fisiologicamente, una persona di sesso diverso. Da dove verrebbero, poi, i figli in un matrimonio costituito da una relazione omosessuale? Da una terza parte? E che compiutezza di funzioni potrebbe esserci in tale unione rispetto alla loro educazione? Essa pretenderebbe smentire quanto innumerevoli studi psicologici hanno sancito circa l’irrinunciabile, insostituibile e specifica funzione, nella educazione dei figli, sia del padre sia della madre.

Oggi il matrimonio è spesso vissuto o visto solo come un orpello della tradizione.
Si, è vero! E di questo abbiamo una grande responsabilità anche noi cristiani. È una sfida notevole quella che il Papa ha lanciato agli operatori pastorali nel suo discorso ai membri del Tribunale della Rota Romana, tenuto il 22 gennaio dell’anno scorso, quando ha affermato che l’obiettivo immediato dei corsi di preparazione al matrimonio che si compiono nelle nostre parrocchie non è quello di rivolgere alla coppia «un messaggio ideologico», né tanto meno di imporre un «modello culturale», quanto piuttosto quello di promuovere la libera celebrazione di un vero matrimonio, la costituzione cioè di un vincolo di giustizia ed amore tra i coniugi, con le caratteristiche dell’unità ed indissolubilità, ordinato al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole. Tra battezzati, uno dei sacramenti della Nuova Alleanza. Perché questo si realizzi – affermava Benedetto XVI – è necessario che i fidanzati vengano messi in grado di scoprire la “verità” dell’inclinazione naturale e della capacità di impegnarsi inscritte nel loro essere relazionale uomo-donna, da cui scaturisce la capacità e il diritto di quella donazione consensuale che si attualizza nel sacramento del matrimonio. Ragione e fede ‒ concludeva il santo Padre ‒ concorrono a illuminare questa verità di vita. La sfida è tutta qui: saper mostrare, all’interno di un itinerario pastorale, quanto nella concezione sacramentale e giuridica del matrimonio cristiano vengano comprese e portate a piena realizzazione le esigenze naturali dell’uomo e della donna, nonché della relazione stessa che intendono stabilire tra di loro nella specificità dell’unione coniugale.

Perché il matrimonio è l’alveo migliore per educare i figli?
Il cielo e la terra si incontrano laddove l’uomo prende coscienza della sua appartenenza ad un disegno buono e amoroso, rendendosi conto di “essere voluto”. Se questa coscienza non illumina innanzitutto l’amore dell’uomo e della donna e persino la loro volontà carnale di unirsi sessualmente, non la si potrà dopo trasmettere ai figli in un rapporto educativo, come principio di sostegno, cioè di stima di sé, e quindi di certezza e di speranza della vita. Ricordo che una mia alunna divenne pazza perché una sua professoressa, fin troppo zelante, le rivelò che i suoi genitori non l’avevano voluta, e solo a posteriori si erano decisi ad accoglierla. Al solo pensiero di “non essere stata voluta” quando suo padre e sua madre facevano l’amore, e perciò di essere nata per sbaglio, la vita le divenne insopportabile. La mancanza della coscienza di “essere voluti” investe quel mastice, quell’energia di contatto, di attacco e di affezione che l’io ha con se stesso e con le cose, in una parola la volontà. La libertà è tutta smarrita, quindi la sicurezza è tutta simulazione. L’evasione nella violenza individuale e collettiva o nella droga sono la conseguenza di questo rapporto sbagliato con sé e la realtà, di questo rifiuto di appartenere e di questa folle e disperata volontà di onnipotenza. L’alternativa sarebbe la noia e quella profonda insoddisfazione, quella tristezza che, a ben guardare, è sul volto di tutti, come un gemito inespresso. Solo se viene favorito ed educato il senso di un’appartenenza religiosa, il rapporto con la realtà si vive in modo costruttivo, in qualunque situazione. Anche il dolore cambia aspetto; cambia cioè significato, cambia segno e diventa anzi condizione per una crescita nella coscienza del valore di se stessi.

 

http://www.tempi.it

 

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