Chesterton: Il grande naufragio come analogia.

 

Riproponiamo l’articolo pubblicato su un giornale inglese dallo scrittore britannico G. K. Chesterton dopo il naufragio del Titanic l’11 maggio 1912, seguendo il consiglio di Annalisa Teggi, traduttrice che ha portato in Italia due opere inedite come La ballata del cavallo bianco e Cosa c’è di sbagliato nel mondo: «A me è parso di estrema attualità per la capacità di Chesterton di cogliere il vero anche in mezzo allo scontato. Due i punti che sottolinea. Il primo: la nave che affonda paragonata alla crisi dello Stato è una metafora eterna e spontanea. Ed è vera non perché “il mondo sta affondando”, ma perché essere al mondo significa “essere sempre in pericolo”». Il secondo: «C’è una positività dell’essere in pericolo: l’illusione della comodità, cioè che la vita sia migliore se vissuta come una crociera è il male peggiore che già si è insinuato nella mente di tutti; questo è tragico non tanto perché è falsa l’illusione che tutto sia una vacanza, ma perché ci ha fatto dimenticare l’evidenza che la sostanza della vita è che tutto (ogni nostra cosa) è davvero e sempre in pericolo. Il punto non è che la vita è bella e salva quando abbiamo tutte le rassicurazioni possibili per essere al riparo dalle tragedie, ma che è vera (è reale) solo quando tremiamo perché ci accorgiamo che è da salvare in ogni istante, in pericolo, e non è in mano nostra».

La tragedia di questo gigantesco naufragio è troppo tremenda per associarla a un’analogia di pura fantasia. Ma l’analogia spontanea nella nostra testa tra questa nave moderna dalle dimensioni enormi e le dimensioni non meno grandi della nostra società, anch’essa in aperta navigazione – questa analogia non è una fantasia. È un fatto; un fatto così clamoroso ed evidente da essere probabilmente trascurato con facilità dai nostri occhi. La nostra civiltà è davvero il Titanic;  per il potere e l’impotenza che mostra, per la solidità e la fragilità che mostra. Dal punto di vista tecnico, l’adeguatezza della precauzioni prese sono argomento di inchiesta tecnica. Ma dal punto di vista psicologico, non può esserci dubbio che le riflessioni e la rielaborazione di questo fatto ci portino a inoltrarci in uno scomparto della nostra mente che svela tutta la sua inefficienza piuttosto che la sua efficienza.

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Lasciando proprio da parte le questioni riguardo a chi debba essere colpevolizzato, il fatto in sé chiaro e lampante rimane: ed è che non c’è alcun rapporto di sana proporzione tra la provvigione di lusso e divertimento e il tentativo di provvedere al bisogno e alla disperazione. Lo schema è fin troppo sbilanciato sulla prosperità e fin troppo poco sui bisogni – proprio come nello Stato moderno. Il signor Veneering, lo si deve ricordare, nel suo messaggio elettorale, “ha istituito un nuovo e impressionante paragone tra lo Stato e la nave”; il paragone, anche se non è proprio nuovo, rischia di diventare un po’ troppo impressionante. Nel momento in cui si costruisce una nave che è grande come un impero, l’impero a sua volta diventa molto simile a quella nave – e assai simile alla nave che affonda.

C’è davvero una connessione tra questo tipo di catastrofi e certi scomparti della nostra mente che rifiutano di crederle possibili. Un qualsiasi uomo ignorante che va per mare su una piccola barca può fare qualsiasi altro tipo di errore: può fidarsi delle superstizioni, può bere troppo rum, può ubriacarsi e può affogare. Ma, prudente o spericolato che sia, ubriaco o sobrio, non si dimenticherà mai che è su una barca e che la barca è pericolosa come un’animale feroce o come un cavallo selvaggio. Le linee stesse della barca hanno il profilo sfuggente e poetico del pericolo; la struttura e i gesti che appartengono alla barca riflettono esattamente l’aspetto di un luogo sotto assalto. Ma se si costruisce una barca così grande da non sembrare più neanche una barca, bensì da sembrare un paese acqueo, per forza questo indurrà la mente a uno stato di vigilanza ridotto, perché la natura più profonda dell’essere umano è fatta così. Un nobiluomo che viaggia a bordo di una nave portandosi dietro tutto il suo parco macchine si sente quasi come se passeggiasse tra gli alberi del suo parco. Gente che passa il tempo tra i tavolini di un caffè sorseggiando whisky e ghiaccio è lontana anni luce dal prendere in considerazione lo sconvolgimento degli elementi naturali, così come sarebbe lontana anni luce dall’immaginarsi un terremoto se fosse al Grand Hotel.

Questo processo mentale non è esattamente logico, ma di fatto è inevitabile. Certo, sia i marinai che i passeggeri sono mentalmente coscienti che avere un parco macchine nella stiva è meno utile delle scialuppe di salvataggio e che il whisky con ghiaccio non è un antidoto contro gli iceberg. Ma l’uomo non è tanto governato da ciò che pensa, quanto da ciò che sceglie di pensare; e le visioni che giorno dopo giorno si sono radicate inabissandosi dentro di noi dipingono le pareti delle nostre menti di tinte che spaziano solo tra l’insolenza e il terrore. Questo male è tra i frutti peggiori prodotti dall’estrema disuguaglianza in ambito sociale, che è il tratto distintivo della nave moderna – e dello Stato.

Ma sia che i nostri sventurati fratelli a bordo del Titanic abbiano o meno sofferto più del necessario a causa di questa distorsione che ha allontanato la nostra vista dalla percezione originaria della realtà, ad essi è stato dato di sentire quell’istinto di creaturalità con un urgenza tale che noi, lasciati sani e salvi sulla terra, non abbiamo: e ora essi, da morti, sono divenuti molto più umanamente reali di noi. Hanno conosciuto ciò che i giornali e i politici non sapranno mai – ciò di cui un uomo è davvero fatto, di che materia è fatta la nostra natura quando è al suo meglio e al suo peggio.

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