Vade retro Obama. La grande guerra dei cattolici degli Stati Uniti contro il presidente “illiberale” e pro choice. L’avevano sostenuto, si sentono traditi

E’ davvero difficile credere che sia successo. E’ stato come ricevere un violento schiaffo in faccia. Eppure le cose stanno così. Barack Obama ha detto in sostanza a tutti noi cattolici: ‘To Hell with you’– ‘Andate all’inferno’. Non so in quale altro modo spiegare la sua assurda decisione”.

Parole del vescovo di Pittsburgh, David Zubik, poche ore fa, molto simili per livore e acredine a quelle pronunciate da Joseph McFadden, vescovo nella piccola Harrisburg, vicino a Philadelphia: “Mai prima d’ora il governo aveva costretto i cattolici e tutte le organizzazioni religiose a comprare a scatola chiusa un prodotto che viola pesantemente la loro coscienza. Certe cose non dovrebbero accadere in una terra come la nostra dove la libera espressione del proprio credo sta al primo posto nel Bill of Rights”. Zubik e McFadden sono due vescovi combattivi. Le loro dichiarazioni, rilanciate da tutti i giornali americani, manifestano un sentimento in queste ore radicato nelle profondità della pancia del cattolicesimo statunitense, senza alcuna eccezione. Il leitmotiv è uno: “Obama ci ha tradito”.

La protesta è divampata nelle scorse ore e il motivo è semplice: il governo, tramite il segretario per la Salute e i servizi umani, Kathleen Sebelius, ha fatto sapere che a partire dall’agosto del 2013 anche le chiese e le associazioni religiose saranno costrette a offrire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria che contempli i rimborsi per la contraccezione e l’aborto. La direttiva, ha detto Sebelius, “bilancia la libertà religiosa e l’aumento dell’accesso ai servizi di prevenzione”.

Inizialmente i vescovi americani hanno temporeggiato. Prima di prendere qualsiasi iniziativa, infatti, dovevano aspettare l’esito di un’udienza particolare, quella che giovedì scorso Benedetto XVI ha concesso a un gruppo scelto di vescovi degli Stati Uniti, tra i quali l’arcivescovo di Washington, il cardinale Donald W. Wuerl.

Prima dell’incontro al Papa è stato fatto arrivare un dettagliato dossier relativo alla situazione americana, le parole di Sebelius allegate in calce al documento. Ratzinger ha preso visione d’ogni dettaglio e poi, di suo pugno, ha redatto il testo del discorso pronunciato ai vescovi. “E’ come se il Papa parlando ai vescovi di Washington”, dice Sandro Magister, “abbia voluto parlare anche all’Amministrazione americana”.

E, in effetti, il suo cenno all’impedimento dell’obiezione di coscienza “per quanto riguarda la cooperazione a pratiche intrinsecamente cattive” ad altro non sembra alludere se non alla fatidica decisione di Barack Obama, quella che fa obbligo a qualsiasi organizzazione, anche cattolica, di pagare per i propri dipendenti l’assicurazione sanitaria comprensiva di contraccezione e aborto. Le parole del Papa, per i vescovi americani, sono state inequivocabili: “Tornate nel vostro paese e fatevi sentire”, ha sostanzialmente voluto dire loro Benedetto XVI.

E così è stato. E così, ancora in queste ore, continua a essere. Si tratta di “una gravissima offesa alla libertà religiosa” ha scritto in una nota ufficiale la Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Parole rilanciate – è questa la caratteristica più significativa della protesta – anche dai mondi più liberal del cattolicesimo americano.

Tra questi c’è anche la rivista progressista e “obamiana” National Catholic Reporter nella quale scrive la stella del vaticanismo americano John Allen, e cioè colui che, quando nel luglio del 2009 Obama andò in Vaticano a incontrare il Papa, parlò con soddisfazione della calda accoglienza concessa da Ratzinger al presidente “che gli europei etichettano come pro choice”.

Oggi il vento è cambiato. Oggi anche per il National Catholic Reporter Obama non è più affidabile. Cosa dice a noi cattolici la decisione annunciata da Sebelius? “Dice che per noi credenti non c’è più spazio in questo grande paese” ha scritto lapidario sulla rivista Michael Sean Winters, docente di Storia della chiesa alla Catholic University of America e autore di “Sinistra all’altare: come i democratici hanno perso i cattolici e come i cattolici possono salvare i democratici”.

Dice: “Sono arrivato a questa amara conclusione nonostante io sia un liberale e un democratico, uno che fino a ieri ha sostenuto il presidente, uno il cui cuore si è scaldato quando ha ascoltato Obama dire all’Università di Notre Dame: ‘Dobbiamo trovare un modo per riconciliare il nostro mondo sempre più piccolo con la sua sempre crescente diversità, diversità di pensiero, diversità di cultura, e diversità di fede. Dobbiamo trovare un modo per vivere insieme come una sola famiglia umana’. Ora io non posso fare altro che accusarla, signor presidente, di aver tradito quel liberalismo filosofico che ha avuto inizio come difesa dei diritti della coscienza. Beninteso: come cattolici, dobbiamo essere onesti e ammettere che, trecento anni fa, la difesa della libertà di coscienza non era ai primi posti nell’agenda della nostra chiesa. E’ vero, ma abbiamo imparato ad abbracciare l’idea che la coercizione della coscienza è una violazione della dignità umana. Questa è una lezione, signor presidente, che lei e anche molti dei vostri liberali colleghi hanno disimparato a quanto pare”.

Cattolici conservatori e cattolici su posizioni più liberal. Mai come questa volta è del tutto compatto il fronte cattolico statunitense contro Obama. Timothy Dolan, arcivescovo di New York, è stato eletto capo della Conferenza episcopale americana non certo perché è un conservatore. Quando da Milwaukee venne promosso a New York vi fu addirittura chi disse che con lui il tempo della chiesa arroccata in difesa dei principii (e contro la modernità), il tempo insomma del suo predecessore, il cardinale Edward Michael Egan, era finito.

Secondo questa vulgata a Dolan mancava la tempra del condottiero. “Uomo da salotto, uomo del sistema, è celebre una sua foto mentre gioca a baseball”, dicevano i suoi detrattori. E ancora: “New York ancora non ha trovato l’erede ideale dell’indimenticato cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo dal ’39 al ’67”. Eppure è lui in queste ore, lui che i più non giudicano essere un conservatore, a usare le parole più dure contro Obama, le stilettate più intransigenti e decise. “Il presidente ci sta dicendo che abbiamo un anno per capire come violare le nostre coscienze” ha detto pochi giorni fa. “Bene, la sua altro non è che una decisione sconsiderata”. E ancora: “Obama ha disegnato una linea nella sabbia senza precedenti. La chiesa non starà a guardare, i vescovi cattolici si impegnano a collaborare con i loro compatrioti americani per cambiare questa norma ingiusta”.

Il clima è incandescente, soprattutto tenuto conto che la frizione che oramai pare insanabile si sta consumando in piena campagna elettorale. Nel mondo cristiano, non più soltanto tra gli estremisti di destra o in qualche frangia dell’integralismo tradizionalista, l’“Anticristo” è l’epiteto che viene maggiormente cucito addosso a Obama. Ritornano, in queste ore, le accuse che fin dalla campagna elettorale del 2008 l’allora senatore dell’Illinois si sentiva fare: fu il sito conservatore RedState.com che arrivò a vendere tazze e t-shirt sulle quali era stampata una grande “O” sovrastata da due corna demoniache e dalla scritta “L’Anticristo”. Certo, i vescovi oggi non osano arrivare a tanto, ma poco, davvero poco, ci manca.

Anche in Vaticano gli occhi di molti sono puntati su Obama. Dopo l’uscita del Papa di giovedì scorso e un articolo che riprendeva le parole di Dolan contro Obama pubblicato sull’Osservatore Romano, l’impressione è che la Santa Sede cerchi di mantenersi coperta. Anche se, a onor del vero, la Radio vaticana non è stata a guardare. Ha chiamato a commentare la vicenda il giurista Carlo Cardia, docente di Diritto ecclesiastico all’Università Roma Tre, che ha spiegato come “non soltanto è in gioco la Costituzione americana, ma le carte internazionali dei diritti dell’uomo che hanno avuto e hanno, tra i punti essenziali, il rispetto della libertà di coscienza, che a sua volta, ha una serie di applicazioni. Tutti noi ricordiamo una delle prime forme dell’obiezione di coscienza, il servizio militare, quando il valore della difesa della patria cedeva di fronte all’obiezione di coscienza di non volere prendere le armi. Questo principio, che ha una serie di applicazioni, viene ora quasi messo tra parentesi. Si fa quasi finta che non esista! L’attacco all’obiezione di coscienza si sta verificando su diversi fronti, e io credo che questa erosione si va facendo sempre più pesante”.

I rapporti tra Vaticano e Washington sono delicati e finché non emergerà il nome dello sfidante repubblicano di Obama, senz’altro il low profile nei rapporti con la Casa Bianca sarà l’unica parola d’ordine. Basso profilo a Roma, certo, ma libertà d’espressione negli Stati Uniti. Non a caso, dopo Dolan è sceso in campo un altro cardinale di peso.

Si tratta del nuovo arcivescovo di Los Angeles, l’ispanico José Gómez, che ha pubblicamente invocato una levata di scudi contro una decisione che “viola i principii non negoziabili”. Gómez è uno dei principali interpreti di quella linea episcopale chiamata dei “conservatori creativi” (copyright John Allen) grazie alla quale Benedetto XVI sta rifondando la maggior parte delle diocesi americane. “A conservative bishop for Los Angeles”, titolarono i giornali statunitensi quando ad aprile 2010 monsignor Gómez venne indicato come successore del cardinale Roger Mahony. Una scelta di discontinuità quella del messicano Gómez, un uomo in grande ascesa al quale adesso la Santa Sede lascia libertà di azione contro la decisione “eticamente inaccettabile”, sono sue parole, di Obama.

Lunedì scorso, nel giorno del 39esimo anniversario della Roe vs. Wade (la sentenza del 1973 che ha legalizzato l’aborto), i vescovi hanno chiamato i fedeli in piazza, chiedendo loro di aderire alla Marcia per la vita. Erano migliaia per le strade, guidati dal cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e capo della commissione per le attività pro vita della Conferenza episcopale statunitense.

Ha scritto in proposito il quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire: “Per il variegato movimento pro life americano portare in piazza decine di migliaia di persone da tutto il paese per un happening religioso e politico è il segnale di un radicamento popolare che oltrepassa il calibro della manifestazione folkloristica di una minoranza, per quanto motivata”. E ancora: “La grande marcia di Washington ha fornito lo spettacolo di un raduno popolare assai più imponente di quelli mandati in scena dagli ‘indignados’ d’oltreoceano, a Wall Street e altrove, capaci forse di un appeal mediatico superiore ma certamente non in grado quanto il popolo per la vita di dar voce all’alfabeto condiviso di una civiltà”.

La sostanza è una. Il mondo cattolico si è sentito tradito da un presidente che ancora in questi giorni si è detto impegnato a “ridurre il numero degli aborti”. Il “bluff”, così lo chiamano i vescovi, non è stato digerito anche da chi, in passato, aveva difeso la riforma sanitaria. Su tutti basta il nome di suor Carol Keehan, presidente di quella Catholic Health Association che nel 2010 nonostante la richiesta di prudenza espressa dai vescovi del paese, elogiava gli effetti del programma sanitario varato dalla Casa Bianca dicendo che “milioni di americani sono stati aiutati attraverso la copertura medica della quale avevano bisogno”.

I contatti tra Dolan e la Santa Sede sono costanti. Roma spinge i vescovi perché cerchino il più possibile di allargare il fronte del dissenso. Un esempio a cui guardare esiste già, ed è recente. Fu il 20 novembre 2009 che cattolici, protestanti e ortodossi degli Stati Uniti si unirono nel difendere la vita e la famiglia. Avevano dichiaratamente la Casa Bianca nel mirino. Firmarono un appello pubblico che venne intitolato “Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience” – “Dichiarazione di Manhattan. Un appello della coscienza cristiana” a difesa della vita, del matrimonio, della libertà religiosa e dell’obiezione di coscienza. La redazione finale del testo fu affidata al cattolico Robert P. George, professore di Diritto alla Princeton University, e agli evangelici Chuck Colson e Timothy George, quest’ultimo professore della Beeson Divinity School, nella Samford University di Birmingham in Alabama. Tra gli altri firmatari figuravano il metropolita Jonah Paffhausen, primate della chiesa ortodossa in America, l’arciprete Chad Hatfield, del seminario teologico ortodosso di San Vladimiro, il reverendo William Owens, presidente della Coalition of African American Pastors, e due personaggi di spicco della Comunione anglicana: Robert Wm. Duncan, primate della Anglican Church in North America, e Peter J. Akinola, primate della Anglican Church in Nigeria. Obama era impegnatissimo a far passare il piano di riforma dell’assistenza sanitaria negli Stati Uniti. Difendendo la vita umana fin dal concepimento e il diritto all’obiezione di coscienza, l’appello diceva a chiare lettere che i firmatari non si sarebbero fatti “ridurre al silenzio o all’acquiescenza o alla violazione delle nostre coscienze da qualsiasi potere sulla terra, sia esso culturale o politico, indipendentemente dalle conseguenze su noi stessi”. E ancora: “Noi daremo a Cesare ciò che è di Cesare, in tutto e con generosità. Ma in nessuna circostanza noi daremo a Cesare ciò che è di Dio”. Oggi la promessa è stata mantenuta. Contro Obama ci sono ancora molti dei firmatari della Manhattan Declaration. E tanti altri.

E’ ancora Michael Sean Winters a ricordare che stavolta Obama “ha contro tutti”, anche quelli che in passato l’hanno sostenuto. Winters non ricorda soltanto il nome di suor Carol Keehan, ma anche il presidente della Caritas degli Stati Uniti, padre Larry Snyder, che si è detto “profondamente deluso”. E poi padre John Jenkins, presidente dell’Università cattolica di Notre Dame, nell’Indiana. Nel 2009 invitò Obama per ricevere una laurea honoris causa in Giurisprudenza. I cattolici insorsero a motivo dell’“ardente e costante appoggio di Obama a politiche in favore del diritto di aborto”. Jenkins difese Obama e disse che l’invito rappresentava una possibilità di dialogo. Ricorda ora Winters a Obama: “Queste persone hanno cicatrici da mostrare per colpa della loro disponibilità a lavorare con voi, per averla sostenuta nella dura lotta politica. Sono tante. Ma le domando: è questo il modo di trattare persone che sono andate al tappeto per voi?”.

Pubblicato sul Foglio sabato 28 gennaio 2011

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