Ciò che più ci manca. Oltre il frastuono “informativo”. Di Marina Corradi

Tratto da Avvenire del 25 gennaio 2012

Un mese fa in un monastero benedettino, nel gran silenzio della clausura, avevamo chiesto alla madre badessa cosa arriva, lì dentro, delle voci e delle paure di noi che stiamo fuori. Ho l’impressione, aveva risposto la monaca, che arrivi tutto, perfino ciò che non viene detto: «In questo silenzio si sente anche ciò che non è pronunciato».

Viene in mente questa risposta nel leggere Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali. Il Papa dice che per comunicare occorre «imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare». E usa, e ripete la parola “silenzio”. Senza il silenzio, dice, «non esistono parole dense di contenuto». Nel silenzio si approfondisce il pensiero, tacendo si permette all’altro di parlare. Nel silenzio si colgono «il gesto, l’espressione del volto, il corpo, come segni che manifestano la persona». La sofferenza, si esprime con forza nel silenzio. E là dove i messaggi e l’informazione abbondano, «il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è essenziale da ciò che è inutile».

Elogio del silenzio, dunque; fascino di una provocazione che dentro al nostro rumore quotidiano va diritta a indicare ciò che più ci manca. Siamo la generazione di uomini più di ogni altra apparentemente informata: tragedie anche lontane ci vengono raccontate e mostrate in tempo reale; i nostri figli sono costantemente in rete, e davvero a volte sembra una ragnatela, un viluppo di fili annodati questo essere sempre on line, aggiornati, raggiungibili. Per molti di noi non c’è un istante, nella giornata, di silenzio. Chi è solo in casa accende tv o radio, come angosciato da quello strano vuoto che preme addosso, altrimenti, e quasi insinua sottilmente irrequiete domande. Un tg allora ci soccorre sgranando le ultime notizie, una chat distrae, nella catena di chiacchiere con sconosciuti di cui non vediamo il volto, né gli occhi – che tanto ci direbbero, oltre le parole. Siamo informati di ogni evento che rimbalzi sugli schermi o sul web, mentre ancora quell’evento accade. Sappiamo, crediamo di sapere, tutto. Ma, «dov’è la sapienza che abbiamo perduto nella informazione?» si chiedeva Eliot nei Cori della Rocca, come un profeta.

Il silenzio per distinguere, nel rumore, ciò che è essenziale. Quanto profondamente ci riguardano queste parole del Papa. E che cosa è essenziale? Forse quelle domande che vengono accuratamente sepolte dal chiacchiericcio instancabile, sui giornali, nei blog, nei twitter che cinguettano e spifferano parole leggere. Quelle domande che vengono su da noi stessi nella quiete, nella solitudine, e che cocciutamente ci chiedono chi siamo e dove stiamo andando; e cosa ci manca davvero, per essere felici. Domande insidiose, e la nostra mano che subito si allunga a premere un telecomando, a cliccare su un tasto: Facebook, Youtube, e parole, parole, parole. A volte le parole possono essere abusate, inflazionate, per “non” comunicare.

Ma cosa troveremmo, il giorno che spegnessimo la tv, staccassimo le cuffie dell’iPod, e lo schermo del pc restasse per qualche ora buio? (Magari, al principio, una crisi di astinenza, una sofferenza in quel vuoto che assorda; e che forse vuoto non è affatto, anzi è colmo di qualcosa che affascina e spaventa). Forse, soli con noi stessi, facendoci coraggio come viandanti che imbocchino un sentiero non battuto, intuiremmo la bellezza della contemplazione, e uno spazio interiore grande dentro di noi, che ignoravamo.

E avanti ancora, in quel silenzio reverente avvertiremmo infine la “sorgente” evocata ieri da Benedetto XVI; quello scorrere di acque sotterranee che nel profondo ci lega gli uni agli altri. Misteriosa sorgente «che ci conduce verso il nostro prossimo, per sentire il suo dolore e offrire la luce di Cristo», ha detto il Papa. Ma, vogliamo noi arrivare a quella sorgente? Le nostre mani che digitano, cliccano, sintonizzano, gli occhi che guardano, le orecchie infaticabilmente intente a distrarci, a soffocare nel rumore la domanda più grande. A tacere di noi, disse Rilke, «come si tace di un’onta, come si tace di una speranza ineffabile». Quella speranza che colma il silenzio, per chi resta a ascoltare.

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