Veronesi e la purezza dell’amore crocifisso

Questo è l’importante per il mondo: impedire all’uomo di raggiungere la propria ferita, cioè di raggiungere sé stesso.”

Mons. Luigi Giussani

I profeti di Baal, gridano, si agitano, danzano saltando, entrano in uno stato di esaltazione arrivando a farsi incisioni sul corpo, «con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue» (1Re 18,28). Essi fanno ricorso a loro stessi per interpellare il loro dio, facendo affidamento sulle proprie capacità per provocarne la risposta. Si rivela così la realtà ingannatoria dell’idolo: esso è pensato dall’uomo come qualcosa di cui si può disporre, che si può gestire con le proprie forze, a cui si può accedere a partire da se stessi e dalla propria forza vitale. L’adorazione dell’idolo invece di aprire il cuore umano all’Alterità, ad una relazione liberante che permetta di uscire dallo spazio angusto del proprio egoismo per accedere a dimensioni di amore e di dono reciproco, chiude la persona nel cerchio esclusivo e disperante della ricerca di sé. E l’inganno è tale che, adorando l’idolo, l’uomo si ritrova costretto ad azioni estreme, nell’illusorio tentativo di sottometterlo alla propria volontà. Perciò i profeti di Baal arrivano fino a farsi del male, a infliggersi ferite sul corpo, in un gesto drammaticamente ironico: per avere una risposta, un segno di vita dal loro dio, essi si ricoprono di sangue, ricoprendosi simbolicamente di morte.

Benedetto XVI

Qualche settimana fa il professor Veronesi ha sentenziato sulla superiorità dell’amore omosessuale (amore?) nel nome di una sua presunta maggiore purezza. L’amore tra due uomini o tra due donne è più puro perchè non è strumentale alla procreazione. Strumentale, nel lessico veronesiano è coniugazione demenziale di fecondo. L’amore omosessuale è più puro, non c’è che dire: non lascia traccia nè alone, non macchia perchè non prevede attecchimenti di zigoti. Purezza da preservativo per cui un omosessuale non “usa” l’altro per concepire una nuova vita. Lo usa solo per se stesso, nell’assolutezza tragica dell’egoismo. Purezza claustrofobica, rinchiusa nello spazio esile del piacere ripiegato su sé stesso: “due gay si dicono: amo te perchè mi sei vicino nel pensiero; il tuo pensiero, la tua sensibilità e i sentimenti sono più vicini ai miei”. L’altro è così trasformato in un clone di me stesso: quanto più vicino, tanto più amato; quanto meno differenze, tanto più amore. E’ qui il cuore dell’ideologia veronesiana, pustola infetta che denuncia la grave infermità di cui soffre questa società, espressione “intellettuale” che legittima un pensiero ormai ben radicato. Impuro è ciò che procura sofferenza e dolore: la ferita inferta dall’alterità è la porta all’infelicità. La ferita aperta sulla costola di Adamo per dare la vita ad Eva. L’altro sesso costituito moglie o marito, con le sue incognite, con il carico di precarietà e inafferrabilità che porta in dote, è lo spazio dischiuso al rispetto e al dono di sè. Ma, spesso, l’altro, è come un tumore. Ti afferra la carne, si infila tra le cellule, occupa i tuoi spazi. Ti fa debole, inerme, piccolo. L’altro ti spinge all’amore gratuito, a spiccare il volo in un cielo di cui non conosci le proporzioni, a dimenticare te stesso e i tuoi schemi. E questo significa dolore, amore segnato da una ferita.

E qui il cerchio si chiude: la purezza omosessuale è la stessa purezza di una vita senza malattie. La presunta purezza di una relazione frustrata nella ricerca di una somiglianza e di una vicinanza che annullino le differenze e i rischi, le difficoltà, i sacrifici e il dolore, cortocircuita con il folle anelito ad una vita sempre più lunga e senza malattie. Il nesso tra la ricerca contro i tumori e la beatificazione dell’amore omosessuale è evidente. Non sobbalzate sulla sedia, non sgranate gli occhi. Il demonio si ammanta di luce, si traveste e si annida nelle menti e nei cuori, nascosto nel cavallo di Troia dell’ideologia dominante, suadente e gravida di speranze per un domani senza dolore. Lotta ai tumori, eutanasia, selezione embrionale e amore gay sono parenti stretti, gemelli figliati dall’unica menzogna che ha chiuso il Cielo, il destino eterno cui ogni uomo è chiamato. E allora ecco le parodie del paradiso, porzioni di piacere su misura, perchè senza un destino di felicità dinanzi non si può vivere. Il Cielo trasformato in idolatria dell’ego, unica possibilità rimasta a chi ha cancellato il peccato, e con esso la ferita del male inferta dal principe di questo mondo. Il dolore, ogni dolore, cola da questa ferita primigenia, dall’invidia del demonio (cfr. Sap. 2,24). Impegnarsi per cancellarne gli effetti è quanto di più irragionevole vi sia, un vero attacco alla scienza e al buon senso. Accanirsi su un tumore senza ricercarne le origini è pura stoltezza. Per questo, di fronte alla sconfitta di una cura, l’unica  via di uscita è l’omicidio, in versione aborto o eutanasia.

Eppure è proprio la ferita il luogo del riscatto: “dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia” (Rom. 5,20). Quella ferita originale di cui tutti sperimentiamo il dolore, si è aperta un pomeriggio di duemila anni fa nelle mani, nei piedi e nel costato di Gesù, sospingendolo nell’abisso del male e della morte. Ma da quell’antro oscuro è risorto, mostrando finalmente quelle ferite trasfigurate e radianti di luce. In esse vi è ogni nostra ferita. E da quel giorno di vittoria e resurrezione sono divenute il pertugio stretto attraverso il quale la vita nuova ed eterna può colmare le nostre povere vite gravide di corruzione. Da quel giorno la Croce è divenuta la porta del Cielo, l’accesso misterioso alla felicità autentica. Perchè solo l’amore crocifisso è amore vero e degno, dono fecondo e libero, amore puro che sgorga dalla misericordia sperimentata e ridonata. Accogliere e amare il marito o la moglie esattamente come essi sono, senza sperare nulla, donando all’altro la vita che zampilla dalla sorgente inesauribile dell’amore risorto. Accogliere una malattia, laddove non si abbiano i rimedi per curarla, facendone un luogo di offerta e di amore. Raggiungere l’altro all’estremo opposto dell’orizzonte, senza chiedere e senza esigere, nella consegna totale e gratuita di sé. Restare crocifissi con Cristo nei dolori che umiliano un corpo che vorrebbe correre e vivere in pienezza, come in una liturgia che abbraccia l’universo e che offre ogni lacrima per un destino più grande. Amare e dare la vita, aprirsi alla fecondità che Dio ha pensato per ciascuno, sul talamo nuziale come sul letto della malattia. E figli, di carne e di fede, figli nati per la vita eterna. In tutto la Croce, cammino stretto e arduo che conduce, istante dopo istante, nella pienezza dell’amore puro, quello vero, purificato nel crogiuolo dell’amore di Cristo.

Antonello Iapicca Pbro

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